Dal naufragio del 3 ottobre 2013 all’Operazione Mare Nostrum: cronaca di dodici giorni a bordo di Nave San Giusto, tra allarmi SAR, salvataggi e identificazioni.
Il 3 ottobre 2013 un’imbarcazione carica di migranti affonda al largo di Lampedusa: 368 le vittime accertate. Nelle settimane successive alla tragedia, il Governo italiano avvia l’Operazione Mare Nostrum, rafforzando il dispositivo OCV (Operazione Constant Vigilance) già attivo nel Canale di Sicilia dal 2004, per il controllo dei flussi migratori e le attività di ricerca e soccorso.
BORDO, 11 febbraio 2014, ormeggiati presso il Porto Militare di Augusta, posizione 37°13′N – 15°14′E, costa orientale della Sicilia, Mar Ionio



Nel 2014, il dispositivo aeronavale di Mare Nostrum operava in un’area di circa 43000 km2, con diversi assetti, tra cui le unità navali San Giusto, San Marco, Grecale, Zeffiro, Foscari e Sirio, i velivoli AB-212ASW, EH-101MPH e un P-180.

Durante il nostro reportage sull’Operazione Mare Nostrum, nel febbraio 2014, Nave San Giusto era la Flagship del dispositivo aeronavale italiano. Il suo comandante, il Capitano di Vascello Mario Mattesi, era un pilota navale e istruttore, con 3000 ore di volo su diversi velivoli e più di 1000 appontaggi su diverse unità navali. “Nave San Giusto è stata scelta come Flagship sicuramente per le sue caratteristiche connesse con la capacità di comando e controllo dell’operazione”.



“La possibilità, quindi, di avere dei sistemi che permettano di gestire con tutti i canali previsti le navi che fanno parte del dispositivo, poi, ovviamente, la possibilità di avere una notevole capacità d’imbarcare mezzi idonei per fare questo tipo di missione come le attuali nove imbarcazioni tra gommoni a chiglia rigida, GIS pronti all’uso per far fronte all’operazione”.



“La possibilità d’imbarcare degli aeromobili con capacità di scoperta a medio e lungo raggio e non ultimo e non meno importante, la possibilità di poter contare su una delle capacità sanitarie e di uno staff congiunto, messo in opera grazie anche all’assistenza della Fondazione RAVA, che possa fronteggiare anche qualsiasi emergenza di tipo sanitario, laddove è richiesta.”.


La Componente Sanitaria di Nave San Giusto era composta da un ufficiale medico, tre sottufficiali infermieri, due sottufficiali infermieri della Componente AER, che si occupavano delle evacuazioni mediche (CASEVAC/MEDEVAC), un sottufficiale tecnico di radiologia, due operatori tecnici sanitari e un team della Fondazione Rava, con un’ostetrica ed un’infermiera.



Nave San Giusto era in grado di fornire diversi livelli funzionali di cure mediche definiti ROLE e ripartiti in: ROLE 1 (ufficiale medico + sottoufficiali infermieri), con capacità di effettuare il triage, la rianimazione e la stabilizzazione delle funzioni vitali, fino all’evacuazione; ROLE 2, con capacità di triage, trattamenti avanzati, possibilità diagnostiche strumentali ed eventuale evacuazione medica. L’unità navale aveva a bordo un approntamento sanitario in grado di garantire un ROLE 2 LM, con una sala operatoria, un gabinetto odontoiatrico, un laboratorio analisi e personale specializzato e abilitato all’effettuazione di evacuazioni mediche con elicottero.
BORDO, 11 febbraio 2014, posizione 36°30′N – 12°30′E, Canale di Sicilia
Sono passati diversi giorni da quando Nave San Giusto ha mollato gli ormeggi dal porto di Augusta. Il mare è piuttosto irrequieto. In plancia ci dicono che abbiamo toccato mare forza 7! Con queste condimeteo è quasi impossibile che qualche imbarcazione possa prendere il mare. L’equipaggio continua a svolgere le proprie funzioni e ad addestrarsi in vista di un eventuale evento SAR. La COC (Centrale Operativa di Combattimento) continua la ricerca di eventuali obiettivi che, a causa del maltempo, sembrano non arrivare mai.

Nei giorni seguenti arriva una segnalazione di avvistamento di una possibile imbarcazione con alcune persone a bordo. Dopo vari giorni di mare abbiamo un obiettivo. La Brigata Marina San Marco è pronta per un eventuale boarding sull’unità sospetta. Il plotone di Force Protection è composto da tre team da nove persone ciascuno, più un Nucleo Comando di quattro persone, per un totale di 31 elementi. Ci sono poi altri assetti che lavorano congiuntamente con il plotone di Force Protection, in particolare un nucleo di circa 10 persone che gestisce i mezzi da sbarco.


Fanno parte del Gruppo Mezzi da Sbarco della Brigata Marina San Marco e sono deputati alla gestione e alla manutenzione di tutti i natanti impiegati nelle operazioni in mare, quali ad esempio la GIS (Gommone Intervento Speciale), un’imbarcazione studiata per l’impiego nelle operazioni anfibie per il trasporto di truppe e mezzi, con elevate capacità di carico, quindi facilmente adattabile anche alle operazioni di recupero migranti, e i battelli veloci tipo ARIMAR 9,20 m, caratterizzati da grande flessibilità d’impiego, in modo da poter soccorrere nel minor tempo possibile i natanti in difficoltà anche a distanze ragguardevoli rispetto all’unità della M.M. (Marina Militare) da cui giunge la richiesta di soccorso, accorciando notevolmente tempi che possono essere di vitale importanza.


“Noi garantiamo, oltre ai compiti che ci vengono assegnati nelle normali operazioni militari, il rafforzamento della sicurezza dell’unità navale”, ci dice il Sottotenente di Vascello Gianluca Piras, al comando del plotone, durante il nostro imbarco nel febbraio 2014. “In questa operazione, che non è prettamente militare ma ha una forte connotazione umanitaria, garantiamo anche il primo soccorso in mare, la salvaguardia della vita umana e la gestione degli eventuali migranti dal momento in cui vengono recuperati in mare sino al momento dello sbarco e della consegna alle autorità competenti”.


“Finora siamo intervenuti molte volte, salvando circa 1.500 persone in poco più di 20 giorni anche grazie alle altre unità della M.M. inquadrate nell’Operazione Mare Nostrum. Negli ultimi interventi, grazie alla professionalità e alla determinazione degli uomini del San Marco, siamo riusciti a portare in salvo persone che stavano tentando la traversata verso il nostro Paese con imbarcazioni fatiscenti, con onde alte circa 3 metri e con probabilità quasi nulle di giungere sane e salve sulla terraferma”, aggiunge l’ufficiale della Brigata.

Fanno parte dell’equipaggiamento standard le previste protezioni individuali: elmetto e giubbotto antiproiettile (correttamente definito giubbetto balistico). Come armi individuali sono in dotazione la pistola Beretta 92FS, il fucile d’assalto AR 70/90 oppure, in alternativa, il HK MP5, che negli spazi ristretti di bordo risulta più maneggevole. Bisogna comunque considerare che tra i migranti potrebbe nascondersi qualche soggetto ostile; per questo motivo, prima di salire a bordo di un’unità della M.M., il personale viene accuratamente sottoposto a controllo e ispezione.


L’equipaggiamento del personale della B.M.S.M. in questa specifica missione, a prevalente carattere umanitario, rappresenta una garanzia di sicurezza nel caso in cui la situazione dovesse degenerare, consentendo una rapida riconfigurazione per fronteggiare l’ampio spettro di situazioni che possono presentarsi.


“Tenuto conto che il nostro principale compito è garantire la Force Protection dell’unità, siamo in grado, all’occorrenza, di fronteggiare eventuali situazioni quali il soccorso a natanti in difficoltà o, se disposto dalle superiori autorità, di effettuare un boarding su qualsiasi tipo di imbarcazione al fine di fornire la necessaria cornice di sicurezza al Team Ispettivo di Bordo (TIB)”, spiega l’ufficiale della Brigata San Marco.


“Il comando dell’unità mercantile da ispezionare può collaborare seguendo le indicazioni impartite dal comando dell’unità della M.M. (ad esempio velocità, rotta, predisposizione della biscaglina, ecc.), oppure può non collaborare. In entrambi i casi la minaccia può essere considerata medio-bassa qualora non si riscontrino manovre ostili che ostacolino i movimenti dell’unità della M.M. né sia stato rilevato personale armato a bordo”.


“In tali circostanze sono previste specifiche procedure tattiche e l’impiego di determinati assetti, come ad esempio l’assetto aereo con elicottero imbarcato con a bordo uno sniper e uno spotter, che mantengono costantemente sotto osservazione la situazione e, se necessario, sotto tiro eventuali minacce, al fine di garantire la massima sicurezza soprattutto al personale che effettua il primo approccio, considerato che lo scenario a bordo è nella maggior parte dei casi sconosciuto”.

Il II Capo Nicolò Zonno della Brigata Marina San Marco è uno dei due sniper imbarcati su Nave San Giusto. Ha 17 anni di carriera e diverse missioni alle spalle: Kosovo, Albania, Afghanistan, Iraq, Libano; ha partecipato all’Operazione Atalanta e all’Operazione Ocean Shield. “Sicuramente l’assetto sniper nell’ambito dell’Operazione Mare Nostrum rientra nel team di sicurezza”.

“Forniamo supporto all’operazione con il nostro contributo professionale. Operiamo in volo con i normali turni giornalieri, per il controllo del settore assegnato all’interno della bolla di sicurezza attribuita all’unità navale, fornendo capacità di osservazione ottica sia diurna sia notturna. Disponiamo di armi di precisione di vari calibri, con sistemi ottici che consentono un’eccellente capacità di osservazione e ingaggio in condizioni di luce diurna e notturna”.

Nel caso in cui venga rinvenuto materiale illegale a bordo del natante ispezionato, il team della B.M.S.M., essendo un elemento di sicurezza a supporto del Team Ispettivo di Bordo (composto da ufficiali e sottufficiali dell’equipaggio dell’unità navale), informa le superiori autorità che impartiranno le successive disposizioni. Nel frattempo, l’equipaggio dell’unità mercantile viene riunito in un locale di bordo e il personale presente sulla plancia di comando viene posto sotto la sorveglianza del personale della Brigata San Marco.

Lo scenario è operativo, non c’è un copione scritto, tutto può cambiare ed essere smentito da un momento all’altro. L’obiettivo seguito e monitorato risulta essere effettivamente un peschereccio che non presenta nessuna minaccia e che non necessita di ulteriori indagini.

L’elicottero a bordo del San Giusto permette di estendere il raggio di scoperta dell’unità navale e di poter localizzare le imbarcazioni in difficoltà attivando una serie di predisposizioni per evitare il peggio. Un braccio lungo della nave che, all’occorrenza, possa servire anche come strumento di deterrenza.


“La missione comincia con un accurata pianificazione ed un esaustivo briefing condotto in COC, che tratta tutti gli aspetti inerenti la missione, quali, ad esempio, la situazione dei contatti di superficie presenti nell’area assegnata, eventuali informative su possibili partenze di imbarcazioni con migranti a bordo, in modo da focalizzare la ricerca nell’area di probabile attraversamento, informazioni di coordinamento con altri assetti aerei e navali, finalizzate all’ottimizzazione della ricerca e dell’impiego dei mezzi, rotta prevista ed intenzioni della Mamma (così chiamiamo in gergo l’Unità Navale dalla quale operiamo) pianificando un rendez-vous per il rientro dalla missione, aggiornamento delle condizioni meteorologiche in zona”, ci spiega il Capitano di Fregata Pilota Sebastiano Lo Re, Comandante della Sezelicot imbarcata su Nave San Giusto al momento del nostro reportage nel febbraio 2014.

“Dopo il briefing, si indossa l’equipaggiamento e si eseguono i controlli pre-volo all’elicottero. Qui inizia la missione vera e propria. Dopo il decollo si esegue quanto pianificato in sede di briefing, utilizzando tutti i sensori a disposizione per ottenere una chiara situazione di superficie, identificando otticamente le imbarcazioni che, per rotta, dimensioni ed altre caratteristiche peculiari, potrebbero essere adibite al trasporto di migranti o impegnate in altre attività illegali”, continua il Comandante della Sezelicot.



“Durante tutta la missione viene mantenuto il collegamento via radio con la nave, fornendo continui aggiornamenti sulla situazione in atto. Dopo aver bonificato l’area assegnata, dirigiamo per il rientro a bordo. Qualora nel pattugliamento dovessimo imbatterci in imbarcazioni in difficoltà con migranti a bordo, procediamo ad attivare la catena S.A.R. e prestiamo il primo soccorso in attesa dell’arrivo in zona di Unità Navali, fornendo salvagenti individuali, mettendo in mare battelloni autogonfiabili. In base alla gravità della situazione, potrebbe anche essere necessario recuperare a bordo dell’elicottero dei migranti caduti in mare ed in imminente pericolo di vita”.



L’azione reale non tarda ad arrivare. Quando le condizioni del mare sembrano tornare alla normalità arriva una nuova segnalazione. Si tratta di un singolo gommone con circa 100 persone a bordo. La nave più vicina, il pattugliatore Libra, si porta sul posto per prestare soccorso. A bordo del San Giusto riecheggia il previsto allarme SAR. La nave è pronta ad assumere il ruolo di CFM (Controllo Flussi Migratori). Il personale della Marina Militare insieme al team della Polizia di Stato presente a bordo si prepara ad accogliere i primi naufraghi. Iniziano le operazioni di bacino, tutti al proprio posto, i mezzi da sbarco con i team della Brigata Marina San Marco a bordo escono dal ventre della nave e raggiungono la zona di rendez-vous per iniziare il trasbordo dei migranti soccorsi da Nave Libra e portarli sulla nave ammiraglia dell’operazione.



Durante il nostro imbarco la Polizia di Stato ha fotosegnalato, rilevato le impronte digitali e identificato oltre 800 persone, quasi tutte provenienti dall’Africa Sub-Sahariana e dalla Siria. Notevole e degno di essere evidenziata la capacità dei poliziotti imbarcati di dialogare con i migranti e di carpire loro informazioni utili. Le indagini svolte a bordo condotte con il concorso dei mediatori culturali, della scientifica e della task force immigrazione hanno portato, durante il nostro imbarco, all’individuazione di uno scafista.



Ma, come ci viene detto a bordo da gente che ha più esperienza di noi, di solito quando c’è un barcone in mare, ce ne sono anche degli altri. E infatti è così. Il giorno seguente è un susseguirsi di allarmi SAR. Il mare è calmo, le condizioni meteo sono ottime e gli elicotteri del dispositivo aeronavale dell’Operazione Mare Nostrum individuano subito dei barconi carichi di migranti a sud di Lampedusa. L’eccessivo numero di persone a bordo rischia di far affondare le già precarie imbarcazioni, nonostante il mare sembra essere dalla loro parte. Bisogna intervenire subito.



Immediatamente le unità navali della Marina Militare, tra cui Nave San Giusto, si dirigono sul posto per soccorrerli. Nuovamente e alacremente i mezzi da sbarco escono dalla nave per iniziare il trasbordo. Quando tornano alla nave, assistiamo di nuovo alle stesse scene del giorno prima, aggravate dalla presenza, questa volta, di donne e bambini. Accompagnati dalle madri e dal personale della Marina Militare, ci passano davanti e leggiamo nelle loro espressioni paura e spaesatezza.



Nave San Giusto durante il nostro imbarco, durato 12 giorni, ha ospitato 817 migranti, li ha assistiti, fornendo loro acqua, cibo e cure sanitarie. Nella quasi dantesca scena che si presentava ogni qualvolta si scendeva nel ponte garage adibito a ricovero dei migranti e davanti alla moltitudine di anime presenti, le donne e gli uomini della Marina Militare sono riusciti a strappare più di un sorriso tra i presenti. Anche quando hanno distribuito i giocattoli ai bambini africani e siriani, regalandogli per qualche minuto, un momento di normalità e allegria.



“Vederli arrivare a bordo bagnati, infreddoliti e stremati ha avuto su di noi un impatto emotivo importante”, ci racconta l’STV Medico Tiziana Manisco, “Vederli sorridere dopo le prime cure o semplicemente dopo avergli dato dell’acqua ti fa capire quanto una cosa semplice e banale possa risultare importante. Non dimenticherò il sorriso dei bambini che giocavano con i giocattoli che l’equipaggio ha distribuito, il sorriso delle donne gravide e quel saluto che accennano anche solo con la testa mentre lasciano l’Unità”.



“Si tratta di un fenomeno molto ampio sia per le dimensioni che per la spinta che c’è verso il continente europeo. La Marina svolge molto bene la sua missione, ma il compito della gestione dell’immigrazione è molto più complesso. Noi continuiamo ad operare, finché ci verrà chiesto di farlo. Noi facciamo la nostra parte per mare. Ma la soluzione del problema dell’immigrazione illegale ovviamente non siamo noi”. Queste le parole del Contrammiraglio Giuseppe Renda che nel febbraio 2014 comandava il dispositivo aeronavale. “Noi contribuiamo ad aumentare la sicurezza, a salvare migliaia di vite, perché è certo che le 10000 e oltre persone che abbiamo assistito, parecchie centinaia se non migliaia sarebbero morte sicuramente. Li abbiamo presi quando i barconi stavano affondando, in condizioni meteo molto difficili”.



























“Quindi aver salvato migliaia di vite è per noi una grande soddisfazione. Ma ovviamente il problema del traffico illegale dei migranti è un problema che ha bisogno di una regia a livello internazionale. Cioè il problema dell’immigrazione e della sicurezza dei migranti non si risolve esclusivamente con la Marina Militare. Necessita di uno sforzo congiunto a livello dell’Unione Europea, a livello dell’ONU”.

Il nostro reportage sull’Operazione Mare Nostrum si è concluso ad Augusta, dove siamo sbarcati insieme agli 817 migranti. Ma il lavoro della Marina Militare e della Polizia di Stato non è mai finito. Il dispositivo aeronavale messo in atto dall’Italia salvò più di 10000 persone.
Di Francesco Militello Mirto – EmmeReports