Dall’emergenza alla Fase 2: la quotidianità durante la pandemia tra restrizioni, adattamenti e una normalità mai davvero ritrovata
Nel 2020, Palermo, come il resto del Paese, attraversa tutte le fasi della pandemia da Covid-19, passando dall’emergenza più dura alle progressive riaperture della cosiddetta Fase 2. La vita quotidiana si trasforma profondamente: le restrizioni, il distanziamento, il coprifuoco e le nuove regole di comportamento modificano il modo di lavorare, di muoversi e di stare insieme.



Anche quando le misure si allentano, il ritorno alla normalità non è immediato né completo, ma assume i contorni di una condizione nuova, diversa, in cui la società impara a convivere con il virus e con le sue conseguenze. In questo scenario si racconta un percorso collettivo fatto di adattamenti, resistenza e continua ridefinizione della normalità.



Essere il primo cittadino di una grande metropoli come Palermo non è semplice, soprattutto in giorni in cui la pandemia ha messo sotto scacco il mondo intero e in cui si rischia che all’emergenza sanitaria si sommi quella socio-economica. Lo sa bene Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, intervistato al termine di una giornata fitta di impegni.



“La cittadinanza sta rispondendo in maniera assolutamente ammirevole, l’ordine di restare a casa viene eseguito dalla quasi totalità dei palermitani, che hanno compreso che rispettare queste regole indicate dal governo nazionale è un modo per avere cura della salute propria, dei propri cari e degli altri. È anche un modo per evitare che in Sicilia accada ciò che è avvenuto in altre regioni d’Italia, dove l’enorme numero di contagiati ha fatto collassare sistemi sanitari anche molto più attrezzati del nostro”.



Sulle voci di assalti ai supermercati e sul rischio di tensioni sociali, il sindaco spiega che “Se non si provvede prontamente, si rischia che il disagio diventi rabbia e la rabbia diventi violenza. Dobbiamo evitare che all’emergenza sanitaria si sommi quella sociale e preservare il patrimonio umano. Attendiamo di conoscere tempi e modalità delle risorse stanziate dal governo regionale e nazionale. Ho chiesto con forza un decreto per sostenere chi sta scoprendo una nuova povertà e ha esaurito i risparmi. Non si tratta di assistenzialismo, ma di garantire la sopravvivenza a persone che in condizioni normali non avrebbero mai chiesto aiuto. In tutti i Paesi civili non si danno semplicemente soldi, ma si mettono le persone in condizione di soddisfare i bisogni essenziali come salute e alimentazione”.



Secondo Leoluca Orlando “L’Italia e il mondo intero hanno sottovalutato il problema. Noi siamo arrivati prima di altri Paesi che ci accusavano di esagerare e che ora seguono il modello italiano. L’allarme degli esperti era serio e andava affrontato subito con decisione. Si è pensato di contenere tutto con le zone rosse, ma la diffusione degli asintomatici ha innescato l’epidemia su scala nazionale”.



Alla domanda su cosa resterà dopo questa esperienza, Orlando risponde: “Quando usciremo da questo tunnel scopriremo una nuova spiritualità e una nuova solidarietà. La partecipazione e la voglia di aiutare sono impressionanti, coinvolgono cittadini, protezione civile, forze dell’ordine, personale sanitario e sociale. Abbiamo pensato a un fondo per raccogliere donazioni o destinarle alla Caritas. Abbiamo ricevuto anche materiali di protezione dall’ambasciata cinese, subito distribuiti agli ospedali. È uno spirito di collaborazione che sarà fondamentale per superare questo periodo”.



Il sindaco conclude facendo un appello ai media: “Il mio più grande desiderio è poter tornare per strada senza mascherina, incontrare le persone senza distanze e riscoprire il piacere della vicinanza umana. Aiutateci a informare i cittadini e a far comprendere che insieme ce la possiamo fare”.



Molti medici di famiglia hanno scelto di non fare entrare nessuno nei propri ambulatori per contenere il contagio, lavorando attraverso il web, Whatsapp o il telefono. Per tale motivo, le farmacie sono rimaste l’unico presidio sanitario del territorio.


Il dottor Maurizio Vetro è un farmacista di Palermo: “Anche noi cerchiamo di dare risposte alle esigenze che questa emergenza comporta, e cerchiamo anche di dare una mano ai più anziani che, a causa della loro età e della loro maggiore fragilità verso la patologia, hanno esigenza di essere tutelati. Noi come tanti colleghi abbiamo più che triplicato la consegna dei farmaci a domicilio per cercare di evitar loro il più possibile i contatti con l’esterno, ma stiamo cercando anche di effettuare un’opera di diffusione di quelle che sono le norme di protezione verso questa patologia che tanto insidiosa e subdola si sta dimostrando”.

Le farmacie restano porte aperte, ma cambiano volto e organizzazione. Diventano luoghi protetti, regolati da nuove abitudini e nuove distanze: “La reciproca tutela è alla base del contenimento del contagio. Non mancherà sicuramente all’utente la consueta assistenza e la classica disponibilità che tutti i farmacisti cercano sempre di porgere; resterà a noi il compito di svolgere il servizio in condizioni sicuramente difficili, che sono sicuro stanno portando me e tutti i colleghi a vivere giornate ancor più frenetiche e fisicamente stancanti”.


Il tema delle protezioni individuali diventa centrale nella quotidianità: “Sicuramente i mezzi di protezione fai da te possono non sempre essere totalmente efficaci rispetto a quelli che a regola d’arte vengono realizzati. Si cerca comunque di frapporre una barriera non solo in maniera diretta contro il virus, ma si cerca anche di proteggersi da tracce di saliva e muco con le quali si può venire accidentalmente a contatto. Personalmente comunque ritengo molto importante munirsi anche di guanti, la carta moneta rappresenta oggi una fonte di contagio elevata”.

E poi la questione, simbolo di quei mesi, la carenza di mascherine. “Il problema delle mascherine ha radici che si basano su logiche economiche di mercato, oggi ci troviamo in una situazione di emergenza che non poteva essere assolutamente prevista, quando la richiesta è tanta e il prodotto scarseggia gli sciacalli si presentano”.


Non manca una riflessione sulle responsabilità istituzionali e sul sistema sanitario: “Il nostro sistema sanitario nazionale è, e rimane sempre, un inimitabile modello attuativo di protezione della salute, la professionalità e il coraggio di tutti gli operatori sanitari sono ormai la marcia in più”.

Palermo continua a vivere anche attraverso le sue attività quotidiane. Giuseppe La Licata, giovane panificatore, racconta una normalità trasformata, fatta di precauzioni e resistenza. La sua attività, spiega, ha adottato immediatamente le direttive del DPCM dell’8 marzo 2020, con misure più stringenti inizialmente previste per le zone rosse come la Lombardia e le aree dei focolai.

Racconta che sono stati affissi cartelli per regolamentare l’ingresso contingentato e per garantire il rispetto delle distanze di sicurezza indicate dal Ministero. All’interno del panificio, aggiunge, è stata posta grande attenzione alle norme igieniche sia dei locali sia del personale.

Giuseppe spiega che nel suo negozio, le misure sono state ulteriormente rafforzate con la disinfezione frequente delle superfici, l’uso di guanti in lattice, mascherine e l’installazione di barriere protettive davanti al banco vendita e alla cassa, per mantenere la distanza di sicurezza di circa un metro tra personale e clienti. Come ha raccontato il giovane imprenditore palermitano, il calo della clientela è stato inevitabile, già a partire dalla chiusura delle scuole, ma che spera in un ritorno alla normalità grazie all’impegno di tutti.

Anche Don Diego, parroco della chiesa Gesù Maria Giuseppe di Palermo, è costretto ad adeguarsi a a causa della pandemia: “Noi abbiamo fatto delle dirette Facebook sulla nostra pagina. Ho cercato di inviare dei messaggi, soprattutto sul senso di questo momento. Cerco di stare come tutti i sacerdoti molto vicino ai fedeli, anche se a distanza. Invio messaggi anche ai bambini del catechismo, ai quali dico di restare con il cuore e la mente rivolti alla speranza come è giusto fare in questo momento, che Gesù in questo periodo quaresimale ci ricorda che non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla sua bocca. Quindi è anche un’opportunità in più che abbiamo per vivere la Chiesa a casa, con le preghiere, ma anche con un senso di responsabilità verso gli altri. Tutto questo ci farà crescere, come italiani e come cristiani”.

Riguardo all’uso delle tecnologie e dei social, Don Diego sottolinea come possano diventare uno strumento utile di comunicazione e di vicinanza, soprattutto in un periodo di isolamento: “Per me sono utili, si può socializzare, comunicare anche il Vangelo attraverso i social. In questo momento è necessario per parlare con i fedeli, per restare uniti, per non sentirci soli, per comunicare le nostre inquietudini, le nostre paure, ma anche la speranza e la preghiera”.



Di fronte al cambiamento delle abitudini quotidiane e alla sospensione della partecipazione fisica alle celebrazioni religiose, si pone anche il tema del possibile allontanamento dei fedeli dalla Chiesa: “La gente non si allontana, si affaccia dai balconi, dalle finestre, fa sentire la propria fede. Anzi ho ricevuto tanti messaggi di parrocchiani a cui manca la messa, la comunione, lo stare insieme agli altri. Dopo questo periodo, la gente si avvicinerà di più alla fede, ma in maniera diversa, ci sarà un forte spirito religioso, una gratitudine verso Dio per averci aiutato a sopravvivere in questo deserto di solitudine”.



Nel confronto tra scienza e fede, emerso con forza durante la pandemia, Don Diego ribadisce la necessità di un equilibrio tra i due ambiti, che considera non in contrapposizione ma complementari. “Dobbiamo credere alla scienza, al progresso, alla ricerca, per superare scientificamente questo brutto momento. La storia ci ha sempre dato una visione di scienza e fede come due blocchi contrapposti. Oggi sappiamo quanto sia importante la scienza, quanto sia necessario il progresso per il cammino dell’uomo”.


Anche i mondi più invisibili e meno raccontati si trasformano durante l’emergenza sanitaria che, come in altri ambiti, amplifica fragilità e rischi, ma non ferma il bisogno di andare avanti, di esistere, di trovare un proprio spazio. Manuela, sex worker di 29 anni, italiana e bolognese, vive la pandemia reinventando il proprio lavoro: “Ho scelto di lavorare con le videochiamate, a causa del coronavirus, essendo vietati gli spostamenti o per paura di essere contagiati. Le video-chat non sono state tantissime, come speravo, però non mi posso lamentare”.

Alla domanda su quali misure e forme di sostegno sarebbero necessarie dopo il Covid-19, Manuela sostiene che, come molte altre lavoratrici del settore, vorrebbe essere regolarizzata, perché l’attuale condizione comporta solo svantaggi. Sottolinea che si tratta di un’attività che esiste da sempre e che continuerà a esistere, ma che, svolta in forma non riconosciuta, non garantisce diritti né tutele.

Ribadisce che si tratta di un lavoro come gli altri, in cui si utilizzano il proprio corpo e le proprie capacità, al pari di una massaggiatrice, con la differenza che quest’ultima può fatturare mentre loro no. Anche quando l’attività si svolge tramite videochat o telefono, sottolinea, si tratta comunque di lavoro retribuito.

A suo avviso, il pagamento delle tasse non rappresenterebbe un problema, ma la loro assenza genera una sensazione di esclusione dal sistema. Manuela sostiene che il settore muova risorse economiche significative e che il suo desiderio sia poter lavorare nel proprio Paese alla luce del sole.



La cosiddetta Fase 2 in Sicilia inizia il 4 maggio 2020, con un’ordinanza firmata dal presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci. Si tratta di una graduale riapertura che si muove all’interno delle linee guida fissate dal Governo nazionale. Tra le principali novità figura la possibilità per le famiglie di raggiungere le seconde case, senza spostamenti continui verso l’abitazione principale.



Viene inoltre consentito l’asporto per ristoranti, pasticcerie, gelaterie, bar e pub, con il divieto di consumare all’interno dei locali e nelle immediate vicinanze. È consentito l’accesso ai cimiteri e particolare attenzione viene riservata agli animali, per i quali è autorizzata la toelettatura.






Tra le ulteriori aperture rientrano anche alcune attività sportive amatoriali, come corsa, tennis, pesca, ciclismo, vela, golf ed equitazione. Restano invece congelate le limitazioni all’accesso nell’Isola e il mantenimento del controllo sui flussi in ingresso e in uscita dalla Sicilia.






“Abbiamo consentito una lenta e graduale riapertura, ma senza dimenticare che la battaglia non è ancora vinta. Le successive iniziative per allargare la maglia sono legate alla condotta che ognuno di noi saprà mantenere nel rispetto delle norme di sicurezza, della distanza interpersonale, nell’uso dei guanti e delle mascherine”, dichiara il Presidente della Regione Siciliana.



“Intanto guardiamo avanti con prospettive di ottimismo, restando blindati per quanto riguarda i trasporti e quindi gli accessi nell’isola. Non è ancora tempo per aprire le porte”, continua Musumeci.



Una Vigilia di Natale anomala, quella del 2020, segnata dal silenzio delle strade vuote, dai negozi chiusi e dal coprifuoco. Nella Cattedrale di Palermo, l’Arcivescovo Corrado Lorefice, pronuncia la sua omelia e amministra la comunione ai fedeli presenti.












“Quest’anno siamo oltremodo provocati anche dagli eventi della pandemia e dallo stile di vita che ci viene chiesto dalla responsabilità della salvaguardia della vita nostra e altrui. Non possiamo rifugiarci nei trambusti alienanti incorniciati ad hoc nelle ricorrenze di feste ormai esautorate del loro significato umano e spirituale. Né vivere da brontoloni per quello che ci viene vietato di fare, per quello che non possiamo consumare, per le tradizioni religiose e le manifestazioni civili che non possiamo realizzare. Questo Natale non è diverso”.
Di Francesco Militello Mirto – EmmeReports