Dalla diffusione del Covid-19 in Italia ai primi contagi nel Paese, fino al suo arrivo a Palermo: un racconto sul campo dell’emergenza tra ospedali sotto pressione, lavoro sanitario in prima linea e adattamenti continui nella gestione della crisi.
Il Covid-19 arriva in Italia a fine gennaio 2020, quando due turisti cinesi risultano positivi al virus a Roma, dando inizio alla prima emergenza sanitaria nazionale. Il contagio si diffonde rapidamente su tutto il territorio, colpendo in particolare il Nord e mettendo sotto pressione il sistema sanitario.

A combattere il virus scende in campo anche l’Esercito Italiano, insieme alle altre Forze Armate. Donne e uomini in uniforme del comparto sanitario lavorano fianco a fianco con i colleghi civili, condividendo corsie, dispositivi di protezione e turni estenuanti. Tra loro c’è il Ten. Col. Papale, medico cardiologo del Reggimento Logistico della Brigata Julia di Merano, intervistato alla fine di una lunga giornata di lavoro all’ospedale di Bergamo. Alla domanda su quale situazione trova a Bergamo, risponde: “Noi siamo arrivati qui nel pomeriggio di domenica 15 marzo e Bergamo è ed è ancora sotto questo attacco gravissimo da parte di questo virus. L’ospedale è completamente riconvertito a reparto Covid, con un’assoluta necessità di aiuto. Nel nostro piccolo, come Forze Armate, cerchiamo di inserirci in questo scenario per renderci utili e dare un sostegno”.



Interrogato sulla possibilità che i numeri dei decessi comunicati dalla Protezione Civile possano non essere completi, dichiara: “Non ho i numeri per confutare la Protezione Civile. Non credo che nessuno abbia interesse a mistificare i dati ufficiali. Forse sfugge qualche decesso di persone che rimangono in casa. Per esperienza, soprattutto tra gli ultra 75-80enni, alcune persone non vengono diagnosticate ufficialmente e quindi alcuni decessi potrebbero non rientrare nei numeri”.

Riguardo all’immagine dei camion militari che trasportavano le bare, racconta: “Quelle donne e uomini erano del mio reparto. È stata un’immagine molto forte, surreale. In quel silenzio vedo il senso dello Stato, la presenza delle Forze Armate, la professionalità e l’umanità di chi affronta quel momento doloroso a cui non siamo preparati”.



Sul ruolo dell’Esercito in questa emergenza, spiega: “Siamo circa una ventina di medici distribuiti tra reparti Covid, Pneumologia, medicina del lavoro e servizi territoriali. Alcuni colleghi vengono inviati nelle guardie mediche e nella medicina generale, per supportare i territori dove molti medici si fermano a causa della malattia. Siamo presenti sia in ospedale che sul territorio”. Parlando del confronto tra l’esperienza militare e quella ospedaliera civile, osserva: “Negli ospedali italiani qualcosa probabilmente non funziona. Nei contesti operativi militari siamo più abituati a rispettare criteri sanitari e igienici molto rigidi. Finita l’emergenza è necessario ripensare alcuni processi epidemiologici e organizzativi. Ma ora bisogna pensare solo a fronteggiare l’emergenza”.

Alla domanda sulle qualità psicologiche necessarie per lavorare in prima linea, risponde: “Cerco di rimanere sempre lucido. Il rischio del contagio c’è, la guardia va tenuta alta, ma non bisogna farsi prendere dal panico. Bisogna applicare tutte le procedure di sicurezza”. Sul tema della paura, aggiunge: “La paura deve essere uno stimolo a proteggersi e a lavorare bene. È un campanello d’allarme utile, ma non deve mai prendere il sopravvento. Il timore per la famiglia c’è, ma bisogna restare razionali e lucidi”.



Riguardo al rapporto umano con i pazienti, dichiara: “È impossibile fare il medico senza entrare in contatto umano con il paziente. Il paziente deve sentire la vicinanza e il sostegno. Troppa emotività, però, può ridurre la lucidità necessaria per agire. Non si può restare lontani dal paziente”. Alla domanda se si senta un eroe, risponde: “Sinceramente non ci sentiamo degli eroi. Nessuno la mattina si mette il camice come fosse un mantello. Facciamo semplicemente la nostra parte, come tutti i colleghi del settore sanitario. L’eroismo è un’altra cosa. È un periodo drammatico in cui ognuno dà ciò che può dare”.

Sull’esperienza vissuta, afferma: “È un’esperienza umana formidabile, conosco personale sanitario che dedica ogni energia ai pazienti in condizioni gravissime. È una pagina importante della mia vita professionale e umana. Si crea un’intesa anche tra persone mai conosciute prima, lavorando tutti con la stessa uniforme”.



Infine, alla domanda su cosa dire a chi ancora sottovaluta il contagio, conclude con fermezza: “Non è accettabile. È difficile tollerare comportamenti che mettano a rischio la salute pubblica. Se il linguaggio della responsabilità non basta, allora restano solo i controlli e le misure di repressione delle Forze dell’Ordine”.

A Palermo, il virus si manifesta per la prima volta il 25 febbraio 2020 con il caso di una coppia di Bergamo in vacanza risultata positiva al tampone. Da quel momento anche la città siciliana entra nella gestione dell’emergenza, tra misure di contenimento, allerta sanitaria e crescente pressione sugli ospedali. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, dichiara: “Si conferma che in caso di sintomi influenzali si contattino le strutture mediche senza recarsi al pronto soccorso, così come si conferma la necessità di rispettare tutte le regole igieniche personali e ambientali che servono a impedire il contagio. Si invita caldamente la popolazione a non diffondere informazioni non verificate o provenienti da fonti non ufficiali e non attendibili”.



Riferendosi al lavoro di medici, infermieri e farmacisti, Orlando aggiunge che “Gli operatori sanitari impegnati nelle strutture ospedaliere stanno facendo un grande lavoro e il miglior modo per esprimere gratitudine è aiutarli evitando di sovraccaricare le strutture sanitarie. Se si verificassero le punte esponenziali del resto della nazione, si arriverebbe al collasso con conseguenze inimmaginabili. In Sicilia l’epidemia è partita dopo, questo ci ha permesso di prendere provvedimenti tempestivi. I dati mostrano ancora una crescita proporzionale, ma non esponenziale”.

Nel novembre 2020, nel pieno della seconda ondata di Covid-19, si sviluppa un focolaio all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale Civico di Palermo, una delle principali strutture sanitarie della Sicilia. Tra medici e infermieri vengono registrati circa 14 casi di positività, mentre nel reparto si trovano anche numerosi pazienti Covid, alcuni in condizioni critiche e in ventilazione. In questo contesto, il primario del Pronto Soccorso, Dott. Massimo Geraci, descrive la situazione come complessa ma sotto controllo, sottolineando lo sforzo del personale sanitario per contenere il contagio. Alla domanda sullo stato dell’emergenza interna, dichiara: “Stiamo cercando di arginare il focolaio. Al momento i positivi sono 14, circa il 10%. Ci sono tanti pazienti nel reparto, molti in ventilazione”.



Secondo quanto riportato dalle cronache, il focolaio viene individuato durante i controlli di routine sul personale sanitario e porta immediatamente a un incremento dei tamponi sugli operatori, molti dei quali risultano negativi. L’ospedale attiva procedure di contenimento e riorganizzazione dei percorsi interni per limitare la diffusione del virus. Geraci evidenzia anche la pressione estrema sul sistema ospedaliero, spiegando che nei mesi precedenti i casi erano stati sporadici, mentre in questa fase la situazione cambia rapidamente. In un’altra dichiarazione riportata dalla stampa, afferma: “In otto mesi di emergenza avevamo avuto soltanto tre casi tutti subito rientrati, evidentemente qualcosa è successo ma prima di capire la causa si deve fare il punto della situazione.”

Il primario sottolinea inoltre la necessità di intervenire sull’organizzazione interna e sulla frequenza dei controlli, proponendo una maggiore sorveglianza sanitaria per gli operatori: “Proporrò alla direzione sanitaria l’esecuzione di tamponi ogni tre giorni.” Le notizie evidenziano anche la pressione sui reparti, con circa cinquanta pazienti Covid presenti nel pronto soccorso e un sistema sanitario sotto forte stress, tra turni intensi e gestione continua delle emergenze.

Le scene delle ambulanze in coda presso l’Ospedale Cervello di Palermo, con a bordo pazienti contagiati da Covid-19, sono note a tutti, anche a coloro che, ancora, continuano a credere che si tratti di una messinscena mondiale orchestrata da chissà quali poteri occulti. Gli stessi che hanno dato della “nazista” alla dottoressa Tiziana Maniscalchi, dirigente del Pronto Soccorso dell’Ospedale Cervello, dopo la pubblicazione di un post in cui invitava tutti quanti a tenere alta la guardia nella lotta al virus e che riportiamo integralmente su EmmeReports: “Ritorniamo a scrivere! Polmoniti gravissime con poche speranze di sopravvivere in pazienti non vaccinati anche senza altre patologie”.



“È veramente un peccato suicidarsi così. È un peccato sfibrare il nostro sistema sanitario per logiche irrazionali. Già quasi 200 ricoverati all’ospedale Cervello. Cari non vaccinati in questo momento state a casa per evitare di contrarre un’infezione che per voi sarebbe con ogni probabilità mortale. E voi vaccinati provvedete alla terza dose che protegge e rende la malattia sopportabile. Tempo di ripeterlo dentro il Pronto Soccorso non ce n’è”.



La dottoressa Maniscalchi non si è ancora fermata un attimo da quando sono aumentati nuovamente i contagi. Così come tutte le donne e uomini che, con tutte bianche e mascherine, stanno cercando di strappare alla morte, le centinaia di pazienti che stanno arrivando presso il nosocomio palermitano.

“La situazione è assolutamente critica, soprattutto per il fatto che all’interno del Pronto Soccorso ci sono pazienti molto gravi, che sarà estremamente difficile rimandare a casa” dichiara la dirigente del Pronto Soccorso dell’Ospedale Cervello. “Tutte le persone che potevano rimandare a casa, le abbiamo dimesse e ora dobbiamo continuare ad affrontare l’emergenza con i pazienti molto gravi. Quindi, oltre al posto fisico dove mettere i pazienti, è chiaro che abbiamo il forte carico dei pazienti estremamente impegnativi dal punto di vista medico”.

La dottoressa Maniscalchi spiega che i pazienti che arrivano con le ambulanze sono sia vaccinati che non vaccinati, soprattutto coloro che hanno gravissime comorbilità, ovvero più patologie insieme, tra cui malati oncologici, anziani, cardiopatici, diabetici, che non avranno tantissime aspettative. “La soluzione del vaccino non è la panacea di tutto, perché sappiamo da sempre che i vaccini non possono coprire al 100%” afferma la dirigente del Pronto Soccorso.“Non è la risoluzione di tutto, ma, sicuramente è la risoluzione alla terapia intensiva e alle mortalità che saranno altissime. Non abbiamo ancora raggiunto il picco e se continuiamo così, sarà peggio del 2020”.

E mentre il governo regionale rinvia l’apertura delle scuole di tre giorni, per capire l’evolversi dell’emergenza sanitaria, chi sta nelle corsie e nelle terapie intensive, non ha dubbi su cosa sarebbe opportuno fare. “Io ho una visione assolutamente parziale. Io da medico sono per le restrizioni” dichiara la Maniscalchi. “Noi vediamo come stanno i pazienti. Io non posso pensare a come la gente deve andare in vacanza, a come debbano rientrare a scuola, non è il mio compito. Quello che vedo io è una cosa ben più grave. Qui per me, per andare in vacanza o a scuola, si deve stare bene. Se non si sta bene, non si può fare nulla, non si può comprare nulla, non si può andare al ristorante, non si può andare a scuola, non si può andare in vacanza. La mia è una posizione assoluta ed estrema, perché faccio il medico di pronto soccorso, quindi non posso che pensare solo ai pazienti che stanno male”.

La stanchezza e la frustrazione sono percepibili tra i medici e tutto il personale sanitario che, ormai da due anni, combatte in prima linea, contro il Covid-19. “Io mi sento di dire ai palermitani che più di quello che abbiamo detto non si può dire, i dati sono questi, purtroppo ognuno vedrà i risultati delle scelte personali, scelte che i pazienti più fragili pagheranno le conseguenze” conclude la dottoressa Maniscalchi.

Ma accanto all’urgenza di salvare vite e contenere il contagio, negli ospedali prende forma anche un’altra dimensione della cura, meno visibile ma altrettanto fondamentale: una battaglia silenziosa contro l’isolamento, la paura e la distanza, provocati dalle stesse misure necessarie a contenere la diffusione del virus.

Angelo è un appassionato della Ferrari, non ha mai perso un Gran Premio di Formula 1 da quando era bambino ad oggi. Le sue coronarie negli ultimi anni non hanno funzionato più bene come una volta. Per tale motivo ha dovuto subire un delicato intervento cardiologico che lo ha tenuto lontano dal cavallino rampante e, soprattutto, dalla sua famiglia. Dopo circa un mese di ricovero, finalmente, potrà rivedere moglie e figli, anche se solo attraverso un vetro. Angelo è molto emozionato per questo giorno. Le dottoresse Fabrizia Rubino e Vitalba Lamia, psicologhe del Maria Eleonora Hospital, lo conoscono bene, sanno che è un paziente ansioso e sensibile. “È stato necessario prepararlo all’incontro” spiegano le due dottoresse. “Come per tutti i pazienti, Angelo è stato seguito prima dell’intervento cardiochirurgico, per cercare di abbassare, il più possibile, il livello d’ansia, ma anche durante la terapia intensiva”.

I pazienti vengono preparati con dei colloqui individuali per comprendere se il loro livello d’ansia può essere gestibile alla vista dei familiari. “Cerchiamo di facilitare questo incontro, creando già un contatto, ancor prima che avvenga la possibilità di vederli, quindi con un contatto quantomeno verbale e, soprattutto, attraverso le videochiamate” ci dicono le due psicologhe. “Forniamo quotidianamente un sostegno psicologico ai pazienti, valutando eventuali traumi che possano aver subito durante l’intervento e durante la degenza. Nella maggior parte dei casi, alcuni pazienti arrivano in urgenza e quindi non hanno neanche l’idea di dove si trovino o cosa sia successo, quindi lavoriamo per far comprendere come orientarsi nel tempo e nello spazio”.

Anche la preparazione al rientro a casa, dopo settimane di ospedalizzazione, è uno dei compiti importanti che devono svolgere le psicologhe del Maria Eleonora Hospital. “L’ospedale diventa come casa loro, non hanno più la condizione del tempo, molti nostri pazienti si chiedono perfino cosa potranno fare una volta usciti da qui, se potranno tornare a svolgere le attività di prima in maniera regolare, se potranno tornare a lavorare” ci spiegano le dottoresse Vitalba e Fabrizia.

I pazienti in degenza lavorano molto attraverso il disegno, proiettando il loro stato emotivo sul foglio, poi interpretato dalle psicologhe, che valutano fragilità e punti di forza, comprendendo qual è il percorso che bisogna portare avanti per loro in maniera assolutamente individualizzata. Un’altra tecnica utilizzata presso il Maria Eleonora Hospital è la musicoterapia, attraverso cui i pazienti, cercano di esprimere le proprie emozioni, attraverso canzoni scelte da loro. Come ci dicono le dottoresse Rubino e Lamia, lavorare durante la pandemia è stato faticoso e complicato, per vie delle regole anti-contagio, come le mascherine, il distanziamento fisico e l’obbligo di restare nella propria stanza per lungo tempo, che hanno peggiorato molto le condizioni psicologiche dei degenti.

Proprio per rispondere ad esigenze di salute psicofisica dei pazienti durante la pandemia, è stato inaugurato presso il Maria Eleonora Hospital, lo “Spazio degli Sguardi”, un’area appositamente realizzata per consentire le visite dei familiari ai pazienti della riabilitazione cardiologica in assoluta sicurezza, grazie ad un atrio collegato tramite un vetro al corridoio esterno.

“Non è immaginabile un percorso riabilitativo in cui il familiare non sia presente e parte attiva” dichiara il dott. Vincenzo Sutera, direttore sanitario del Maria Eleonora Hospital. “Per il benessere dei pazienti e l’efficacia del piano di cure è fondamentale mettere in contatto le due dimensioni, sanitaria e relazionale, in un percorso di continuità. Lo Spazio degli Sguardi è stato reso possibile grazie al lavoro integrato di un’équipe multidisciplinare, composta da medici, infermieri, fisioterapisti, operatori sanitari, psicologici e caregiver, che consente la presa in carico di tutti i riferimenti della persona, lavorando su un sostegno che non è più soltanto emotivo e crea un ponte tra ospedale e territorio”.

Il progetto è stato ideato e fortemente voluto dalla direzione della clinica, con la collaborazione delle psicologhe Fabrizia Rubino e Vitalba Lamia. “A differenza di altri spazi, qui c’è una possibilità di contatto più autentico, anche se attraverso un vetro” raccontano le due dottoresse. “L’incontro è svincolato da particolari armature, dispositivi di protezione individuale come tute o guanti, le persone indossano solo la mascherina. I pazienti in riabilitazione, che sono alla seconda settimana di degenza cardiologica, hanno così la possibilità di alleviare la sofferenza causata dalla distanza e dalla lungodegenza. Questo consente di migliorare gli aspetti motivazionali del percorso riabilitativo, abbattendo la percezione dell’isolamento”.

Il recupero dell’autonomia e del contatto con la quotidianità sono infatti fasi fondamentali del percorso di cura e di riabilitazione, che hanno a che fare con la possibilità del paziente di riaffermare la propria identità. “La perdita di contatto con il mondo esterno e con il proprio ruolo di nonno, genitore o coniuge condiziona negativamente la risposta dei pazienti alle terapie e la sola idea di incontrare un parente o una persona cara costituisce per loro uno stimolo prezioso” spiegano Fabrizia e Vitalba. “In parallelo, l’attivazione di questa iniziativa fornisce uno stimolo ai degenti per muoversi da un piano all’altro dell’ospedale e avere nuove opportunità di relazione. Il movimento, infatti, genera sempre un cambiamento. Non da ultimo, poi, l’incontro ravvicinato con i propri cari ricoverati mitiga la preoccupazione dei familiari, che diventano parte del processo di cura”.
Di Francesco Militello Mirto – EmmeReports