Cinque anni dopo l’Operazione Aquila Omnia, un viaggio a ritroso nella presenza italiana in Afghanistan: da Herat alle missioni ISAF e Resolute Support, fino alla fuga e all’arrivo in Italia.
Il 27 agosto 2021 un C-130J dell’Aeronautica Militare italiana decollò da Kabul. Con quel volo si concluse l’Operazione Aquila Omnia e terminò ufficialmente l’impegno ventennale delle Forze Armate italiane in Afghanistan. Cinque anni dopo, quella data consente di tornare a guardare l’ultima estate della missione da un punto di vista diverso: non dall’inizio della guerra, ma dalla sua fine.

Nei giorni precedenti, mentre i talebani prendevano il controllo del Paese e Kabul precipitava nel caos, le forze italiane operavano all’interno dell’aeroporto internazionale Hamid Karzai. L’evacuazione riguardava i cittadini italiani ancora presenti nel Paese e, soprattutto, gli afghani che avevano collaborato con l’Italia e con la coalizione internazionale.


Aquila Omnia portò in Italia 5.011 persone, tra cui 4.890 cittadini afghani, 1.301 donne e 1.453 bambini. Dietro quei numeri c’erano famiglie che cercavano un’uscita da un Paese nel quale, nel giro di poche settimane, le relazioni costruite durante vent’anni di presenza internazionale potevano trasformarsi in un pericolo.

L’aeroporto era diventato una frontiera. Da una parte c’erano le persone che cercavano di entrare; dall’altra gli aerei che, uno dopo l’altro, avrebbero lasciato Kabul. L’ultimo volo italiano chiudeva una missione iniziata vent’anni prima e rendeva visibile, in pochi giorni, la distanza tra ciò che era stato costruito e ciò che stava finendo. Tra le persone che dovevano essere evacuate c’erano gli interpreti. Per più di dieci anni avevano lavorato con le forze della coalizione e, soprattutto nell’ovest dell’Afghanistan, avevano rappresentato il punto di contatto tra militari stranieri, forze di sicurezza afghane e popolazione.


Uno di loro, originario di Herat, aveva lavorato per oltre un decennio con il contingente italiano. A Karim, quel lavoro gli aveva permesso di mantenere la famiglia e di completare gli studi universitari in Scienze Politiche, ma lo aveva anche costretto a nascondere la propria occupazione. Gli interpreti potevano essere considerati collaboratori degli stranieri e, con il ritorno dei talebani, diventare per questo un bersaglio.

Quando Herat cadde il 12 agosto 2021, quell’identità divenne un pericolo. Karim si nascose, distrusse i documenti che potevano ricondurlo alla coalizione, cambiò telefono, cancellò le conversazioni e modificò il proprio aspetto. Con la famiglia riuscì a lasciare Herat e a dirigersi verso Kabul. Il viaggio durò circa mille chilometri e quasi trenta ore. L’autobus venne fermato ripetutamente ai posti di blocco talebani. I passeggeri venivano interrogati e alcuni uomini, riconosciuti come appartenenti alle forze di sicurezza afghane, furono portati via.


Arrivato a Kabul, l’interprete trascorse altri giorni cercando di avvicinarsi all’aeroporto. Gli ingressi erano presi d’assalto da migliaia di persone. La folla rendeva quasi impossibile entrare con una moglie e due figli. Finalmente, il 21 agosto, riuscì a raggiungere l’interno dello scalo. Pur avendo la possibilità di partire immediatamente, rimase ancora per due giorni per aiutare gli italiani come interprete. Il 24 agosto lasciò per l’ultima volta il suo l’Afghanistan. La sua storia racchiude una contraddizione della fine della missione: le stesse relazioni che per anni avevano permesso alle forze straniere di operare nel Paese erano diventate, per molti afghani, il motivo per cui dovevano essere portati fuori.

Per capire perché la caduta di Herat abbia avuto un peso così grande per l’Italia bisogna tornare indietro. Per anni Herat era stata il centro della presenza italiana nell’ovest dell’Afghanistan. Le fotografie realizzate durante il lavoro embedded con la Difesa restituiscono quella presenza dal suo interno: le basi, i pattugliamenti, gli elicotteri, gli addestramenti, le attività di sicurezza e il rapporto quotidiano con un territorio che, per i militari italiani, era diventato familiare. Nel 2014 la presenza italiana era inserita nella International Security Assistance Force, ISAF, la missione a guida NATO che aveva accompagnato la fase di stabilizzazione e il passaggio progressivo della responsabilità della sicurezza alle forze afghane. Alla fine del 2014 ISAF terminò e, dal 1° gennaio 2015, iniziò RS, Resolute Support.


Resolute Support era una missione NATO non-combat, concentrata sull’addestramento, la consulenza e l’assistenza alle forze di sicurezza e alle istituzioni afghane. Il passaggio da ISAF a Resolute Support non significò però la scomparsa della dimensione militare. Cambiarono le funzioni e il modo di stare sul terreno.

La storia italiana in Afghanistan non fu una sola missione. Nel tempo cambiarono i compiti, le unità e il livello di esposizione sul terreno. Il passaggio da ISAF a Resolute Support segnò una trasformazione: dalla fase combattiva a una missione formalmente non-combat, nella quale il contributo italiano si concentrò sempre più sul train, advise and assist.


Durante l’ultima fase di ISAF, la Joint Air Task Force, JATF, era la componente italiana incaricata di coordinare le attività aeree nel Regional Command-West, RC-West. Il suo compito era trasformare le esigenze operative in missioni concrete e mettere in relazione ricognizione, sorveglianza, trasporto e supporto aereo. Al suo interno operavano diversi Task Group.

Il Task Group Black Cats, equipaggiato con gli AMX, assicurava il Close Air Support, CAS, e la ricognizione tattica a sostegno delle unità a terra. Era la componente che permetteva di osservare il territorio dall’alto e, quando richiesto, fornire supporto aereo ravvicinato alle forze impegnate sul terreno. La sua attività si concluse nel maggio 2014.


Il Task Group Astore era invece dedicato ai sistemi a pilotaggio remoto, i Remotely Piloted Aircraft Systems, RPAS. Prima con i Predator A e poi con i Predator B, svolgeva attività di sorveglianza persistente e raccolta di immagini e informazioni. Quelle immagini alimentavano il processo decisionale e aiutavano i comandi a comprendere ciò che accadeva sul terreno.

Il Task Group Albatros garantiva soprattutto il trasporto aereo tattico attraverso i C-130J, collegando le basi e trasportando personale e materiali. Nella stessa componente rientrava l’EC-27J JEDI, impiegato per la guerra elettronica. In un teatro nel quale molte basi erano isolate e le distanze erano grandi, trasporto e comunicazioni erano parte essenziale della capacità di operare.


A questa architettura si aggiungeva la Task Force Air Al Bateen, che operava dagli Emirati Arabi Uniti e costituiva un nodo logistico per il collegamento aereo dell’Italia con il teatro afghano. Il suo lavoro rendeva possibile il movimento di uomini, materiali e le evacuazioni sanitarie.

Per la mobilità sul terreno e il supporto alle unità, un ruolo centrale era svolto dalla Task Force Fenice, la componente ad ala rotante dell’Aviazione dell’Esercito. I suoi elicotteri — A-129 Mangusta, NH-90 e CH-47 Chinook — svolgevano missioni differenti: il Mangusta assicurava esplorazione, scorta e supporto armato; l’NH-90 garantiva il trasporto tattico e, in alcune fasi, l’evacuazione medica; il Chinook assicurava il trasporto pesante, il rifornimento e il collegamento con le basi più lontane.



Un’altra parte della presenza era legata alla sicurezza delle rotte. Il concetto CARCO, Combined Arms Route Clearance Operations, riuniva capacità diverse — Genio, bonifica degli ordigni, nuclei cinofili, sorveglianza e supporto al fuoco — per mantenere aperte e sicure le principali vie di comunicazione. È una funzione poco spettacolare, ma essenziale: senza strade percorribili, il resto della missione non poteva muoversi.



La Task Force Victor, era una espressione del 185° Reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi, 185° RRAO. I suoi piccoli nuclei svolgevano attività di ricognizione speciale, sorveglianza e acquisizione di informazioni in aree dove era necessario muoversi senza essere individuati. Con Resolute Support, parte di queste capacità venne inserita nella logica del train, advise and assist.


Con Resolute Support cambiò soprattutto il modo in cui le unità italiane stavano sul terreno. Il Train Advise Assist Command-West, TAAC-W, era il comando NATO responsabile della consulenza e dell’assistenza alle forze di sicurezza afghane nella regione occidentale. La Transition Support Unit, TSU rappresentava la componente di manovra sul terreno: pattugliamenti, controllo delle rotabili, scorta ai convogli, protezione di eventi e supporto alle attività degli advisor. L’obiettivo non era sostituire le forze afghane, ma accompagnarle verso una maggiore autonomia operativa.

Nel dicembre 2017 la Brigata “Sassari” assunse il comando del TAAC-W e nel giugno 2018 la responsabilità passò alla Brigata “Pinerolo”, secondo il normale avvicendamento dei contingenti. Dietro queste rotazioni rimaneva la stessa struttura: una componente di comando e addestramento, unità di terra, elicotteri, ricognizione, trasporto e supporto logistico che operavano insieme nella regione occidentale.


Anche le attività civili facevano parte di questo sistema. Nel corso degli anni vennero realizzati progetti in scuole, ospedali e infrastrutture. Ad Herat, l’impegno civile e quello militare italiano convivevano nello stesso spazio e contribuivano a costruire l’immagine di una presenza destinata, almeno nelle intenzioni, a lasciare qualcosa anche dopo la partenza.

Tra i progetti sostenuti nella regione c’era l’orfanotrofio Khaja Abdullah Ansari, che ospitava circa 245 bambine e aveva ricevuto generi alimentari, letti e materiali scolastici. È un dettaglio piccolo rispetto alla scala della missione, ma proprio per questo può diventare una delle immagini più concrete di ciò che la presenza internazionale cercava di costruire.



Le bambine dell’orfanotrofio erano rimaste nella memoria di chi aveva lavorato in Afghanistan per un elemento semplice: il sorriso. Dopo la presa del potere da parte dei talebani, quel sorriso assumeva un significato diverso. Non era più soltanto l’immagine di una quotidianità possibile, ma il ricordo di una possibilità interrotta.

La stessa domanda attraversava il lavoro di Pangea, organizzazione italiana attiva da oltre vent’anni nel Paese. I suoi progetti avevano riguardato microcredito, formazione, asili, scuole, corsi professionali e sostegno alle donne. Tra le iniziative c’erano anche una scuola per bambine sorde e una squadra di calcio femminile composta da bambine con disabilità. Nell’estate del 2021, mentre Kabul cadeva e le donne e le attiviste che avevano lavorato per anni per cambiare la società afghana temevano per la propria sicurezza, il problema non era più soltanto proteggere ciò che era stato costruito. Era riuscire a portare fuori dal Paese le persone che avevano dato un significato a quei progetti.


A quel punto il racconto torna al punto da cui era partito: l’evacuazione. La fine della missione non era soltanto il ritiro dei militari. Era anche la partenza, possibile o impossibile, delle persone che avevano vissuto quei vent’anni.

Nell’estate 2021 la velocità degli eventi rese improvvisamente visibile la fragilità di tutto ciò che sembrava acquisito. I talebani conquistarono una provincia dopo l’altra. Herat cadde il 12 agosto 2021. Il 15 agosto cadde Kabul.


L’evacuazione italiana venne organizzata in condizioni di emergenza. A Kabul arrivarono uomini e donne che avevano lavorato per anni con le istituzioni e con le forze straniere, insieme alle loro famiglie. Molti avevano già tentato di ottenere un visto o di lasciare il Paese; per altri, la fuga era diventata necessaria soltanto in quei giorni.

Il 27 agosto l’Italia concluse Aquila Omnia. Dopo quindici giorni di ponte aereo, l’ultimo C-130J lasciò Kabul sotto il tiro della contraerea talebana. Con quell’aereo non partivano soltanto militari italiani. Partiva una parte della storia costruita in Afghanistan negli ultimi vent’anni. Una parte degli evacuati passò dalla Naval Air Station Sigonella. La base americana in Sicilia venne resa disponibile per il transito delle persone evacuate da Kabul e divenne uno degli snodi dell’operazione.


Il paesaggio era ormai diverso da quello di Herat e Kabul. Non c’erano più checkpoint, cancelli presi d’assalto o piste da cui partire sotto pressione. C’erano gli aerei che arrivavano, le persone che scendevano e una nuova attesa: quella per sapere dove sarebbero state portate e quale sarebbe stata la loro vita dopo l’Afghanistan.

È qui che il viaggio può finire. Non con la dichiarazione della fine della guerra, né con l’ultima immagine di un soldato che lascia una base. Ma con l’arrivo di persone che, dopo aver attraversato l’Afghanistan e l’ultima fase della presenza internazionale, entrano in un altro Paese. Cinque anni dopo, l’ultimo volo da Kabul può essere guardato anche da questa prospettiva: come la fine di una presenza militare, ma, soprattutto, come il passaggio tra due mondi. Da una parte Herat, le basi, le strade, gli interpreti, le scuole e le missioni. Dall’altra l’Italia, dove alcune delle persone che avevano dato un volto a quella storia sono arrivate per ricominciare.
Francesco Militello Mirto – EmmeReports