Al Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid, ventisei opere raccontano il percorso dell’artista americano, protagonista della scena newyorkese degli anni Ottanta. Un viaggio tra cultura pop, immaginari cosmici e attenzione per la crisi ambientale.
Alberi, foreste, pianeti e creature dalle forme mutevoli popolano l’universo di Kenny Scharf, artista americano che ha fatto del colore e dell’immaginazione alcuni dei tratti distintivi della propria ricerca. Un mondo solo apparentemente giocoso, nel quale i riferimenti alla cultura pop e alla società dei consumi convivono con una sensibilità ecologica maturata nel corso degli anni. È questo il filo conduttore della mostra Kenny Scharf, che il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid ospita dal 29 settembre 2026 al 17 gennaio 2027. Curata da Guillermo Solana e organizzata nell’ambito del programma dedicato alla Collezione Blanca y Borja Thyssen-Bornemisza, l’esposizione riunisce ventisei opere e propone un percorso attraverso alcuni dei temi centrali della produzione dell’artista, con particolare attenzione al rapporto tra natura e crisi climatica.


Nato a Los Angeles nel 1958, Scharf è diventato una figura di riferimento della scena artistica newyorkese degli anni Ottanta, quando il suo lavoro si è intrecciato con quello di artisti come Keith Haring e Jean-Michel Basquiat.

La sua ricerca ha attraversato pittura, scultura, installazione e animazione, muovendosi tra immaginari popolari, fantascienza e cultura dei consumi. Dietro le forme vivaci e i colori accesi, però, si è fatta sempre più presente una riflessione sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente.


Questa consapevolezza affonda le radici anche nella sua infanzia nella San Fernando Valley, in California, negli anni Sessanta, quando l’inquinamento atmosferico era una presenza quotidiana. A distanza di decenni, Scharf ha iniziato a guardare con maggiore insistenza alle conseguenze delle attività umane sul pianeta.

In un’intervista al The Observer dell’agosto 2024, l’artista ha descritto il contrasto tra l’immagine colorata e apparentemente felice dello stile di vita americano e il suo impatto sull’ambiente: una contraddizione evidente, ma spesso ignorata, mentre la distruzione procede sotto gli occhi di tutti.


Una parte significativa di questa ricerca è legata al Brasile, dove Scharf ha trascorso lunghi periodi a partire dal 1983. Il paesaggio e la vegetazione tropicale sono diventati presenze ricorrenti nelle sue opere, insieme alla preoccupazione per la deforestazione dell’Amazzonia. A questa realtà si affianca quella degli incendi in California, che nel gennaio 2025 l’artista ha visto divampare dal proprio letto. Esperienze diverse, ma accomunate dalla percezione della fragilità degli ecosistemi e dalla volontà di portare questi temi dentro il proprio linguaggio visivo.

Nei paesaggi esposti a Madrid, la natura non è uno sfondo immobile: prende forma attraverso campiture, colature e segni che sembrano seguire il movimento stesso della materia. Scharf lavora anche con acrilici diluiti, lasciando che il colore si distribuisca sulla superficie grazie alla gravità, per poi intervenire con spray, serigrafia e pittura a olio. Il risultato è un intreccio di vegetazione, forme e tonalità che richiama la vitalità del mondo naturale. “La decorazione viene dalla natura”, afferma Scharf, sintetizzando una convinzione che attraversa questa parte del suo lavoro. Opere come Dusky Springfield (2025) e Junglematic (2023) restituiscono un paesaggio rigoglioso, nel quale la ricchezza visiva convive con la consapevolezza della sua vulnerabilità.



Un altro nucleo della mostra è dedicato agli alberi, rappresentati come presenze vive e quasi spirituali. In diverse tradizioni sciamaniche, l’albero è considerato un collegamento tra la terra e il cielo: un’immagine che Scharf riprende in grandi dipinti dove i tronchi e le chiome sembrano animati da una propria energia.




L’artista attribuisce a queste forme una dimensione che va oltre il loro valore decorativo. “I grandi alberi mi sono sempre sembrati messaggeri di un altro tempo: esseri belli, stabili e saggi. Abbatterli mi sembra un assassinio”, racconta Scharf. Le sue parole riportano l’attenzione su una presenza familiare, spesso considerata scontata, ma fondamentale per l’equilibrio degli ambienti in cui viviamo.
Lo sguardo si sposta poi dalla terra al cosmo. Le forme circolari, i corpi celesti e le visioni dello spazio rimandano anche all’immaginario della corsa allo spazio, dall’epoca dello Sputnik allo sbarco sulla Luna. Nelle opere di Scharf, questi riferimenti si mescolano a colori intensi e forme giocose, senza perdere il legame con le questioni ambientali.




“Non voglio vivere su Marte. Questo è un grande pianeta; cerchiamo di conservarlo”, dice l’artista. E aggiunge: “Lo spazio è proprio qui. Siamo nello spazio”. L’universo, in questa prospettiva, non è soltanto un altrove da esplorare, ma anche lo spazio concreto che abitiamo e di cui facciamo parte.
Nell’ultima sezione emergono creature che sembrano provenire da un mondo a metà tra il cartone animato e la vita quotidiana. Scharf le chiama blobz: forme tondeggianti, flessibili, dotate di occhi e bocche, capaci di esprimere emozioni diverse.




Una sorta di anticipazione visiva del linguaggio degli emoji, che l’artista sviluppa ulteriormente nei Moodz, una serie di tondi dipinti tra il 2018 e il 2022, durante la pandemia. Qui le figure si raccolgono in gruppi, si avvicinano e condividono la superficie del dipinto. “Siamo tutti qui insieme, con colori e forme diverse, occupando lo stesso spazio”, spiega Scharf. “È una sorta di coesistenza”.
In questo universo, alberi, alghe, animali, esseri umani, pianeti ed elettrodomestici si mescolano, rendendo meno netti i confini tra ciò che è naturale, artificiale, vivo o scartato. Le forme pop non scompaiono, ma diventano uno strumento per osservare le relazioni tra gli esseri e l’ambiente che condividono. Scharf racconta che a volte sente il bisogno di richiamare l’attenzione su una bellezza ferita, altre volte di rivendicare semplicemente la gioia: è allora che sceglie di celebrare. Non è sempre facile mantenere uno sguardo fiducioso, soprattutto pensando al futuro delle nuove generazioni, ma il colore e l’umorismo restano parte essenziale del suo modo di affrontare le contraddizioni del presente.

Il percorso espositivo ripercorre anche alcuni momenti importanti della carriera dell’artista. Trasferitosi a New York nel 1978 per studiare alla School of Visual Arts, Scharf si è avvicinato alla scena dell’East Village, frequentando un ambiente in cui arte, musica e cultura urbana si influenzavano reciprocamente. Nel 1981 ha realizzato la prima Cosmic Cavern, un’installazione in uno spazio ristretto nei pressi di Times Square, trasformato con materiali plastici di recupero dipinti con colori fluorescenti e illuminati da luce nera. Un’esperienza che anticipava il suo interesse per gli ambienti immersivi e per la possibilità di trasformare oggetti comuni in paesaggi fantastici.




















Negli anni successivi, il rapporto con Andy Warhol e la partecipazione alla scena artistica internazionale hanno contribuito a consolidare la sua presenza. Nel 1985 Scharf ha partecipato alla Whitney Biennial con When the Worlds Collide (1984), oggi parte della collezione del Whitney Museum of American Art. Il suo lavoro continua a muoversi tra pittura, scultura, installazioni, murales pubblici, oggetti d’uso quotidiano trasformati e progetti legati all’animazione e al design. Le sue opere sono entrate, tra le altre, nelle collezioni del Guggenheim, del Broad, dello Stedelijk Museum e del Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro.


A Madrid, la mostra riunisce queste diverse direzioni senza separare l’immaginazione pop dalla preoccupazione per il pianeta. Le forme esuberanti e i colori di Scharf mantengono la loro immediatezza, ma accanto alla dimensione ludica affiora una domanda che attraversa l’intero percorso: come convivere con ciò che ci circonda senza dimenticare la fragilità del mondo che condividiamo?
Di Francesco Militello Mirto e Victoria Herranz