Intervista ad un Operatore delle Forze Speciali dell’Esercito
Il protagonista di questa intervista è un Operatore 185° RRAO. Per ragioni di sicurezza, non vengono riportati nomi né elementi che possano renderlo identificabile o mettere a rischio lui e le persone a lui vicine. Ha partecipato alle principali missioni internazionali che hanno visto impegnata l’Italia negli ultimi quindici anni.

I racconti più sensibili restano, come è naturale, confinati all’interno del Distaccamento Operativo e della sala operativa che ha seguito le missioni sul campo. “Rievocare oggi uno scontro a fuoco o uno scampato pericolo”, spiega, “significherebbe esporsi al rischio della cosiddetta sindrome del veterano. Sono una persona comune: ho una famiglia, delle passioni, una vita normale”.

Pur mantenendo questa riservatezza, il militare non si sottrae alle domande e accompagna il lettore alla scoperta del 185° Reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi (RRAO), uno dei reparti d’élite dell’Esercito Italiano, specializzato nelle operazioni di ricognizione e acquisizione obiettivi in contesti ad alta complessità.

Il 185° Reggimento Ricognizione Acquisizione Obiettivi è un’unità delle Forze Speciali dell’Esercito e, come tale, opera su tre compiti principali: la Ricognizione Speciale (Special Reconnaissance – SR), le Azioni Dirette (Direct Actions – DA) e l’Assistenza Militare (Military Assistance – MA) a favore di unità straniere. “All’interno di questo spettro di missioni”, spiega l’operatore, il RRAO è particolarmente orientato alla ricognizione speciale rispetto alle altre Forze Speciali della Difesa.

Le azioni dirette, precisa, vengono condotte prevalentemente attraverso la guida di munizionamento di precisione erogato da aerei, navi o sistemi d’artiglieria — le cosiddette Terminal Guidance Operations (TGO) — oltre al fuoco di precisione dei tiratori scelti o al controllo diretto del fuoco. “In sintesi”, afferma, “siamo un reparto che fa della discrezione il proprio punto di forza: osservare, raccogliere informazioni e, se necessario, neutralizzare obiettivi di rilevanza strategica”.

La Ricognizione Speciale, nel gergo operativo definita Special-Recce, si svolge prevalentemente in territorio ostile con l’obiettivo di raccogliere dati utili al ciclo intelligence. “È fondamentale mantenere la massima discrezione in ogni fase”, racconta, spiegando come le operazioni siano quasi sempre articolate in tre momenti distinti: inserzione e infiltrazione, raccolta informativa, esfiltrazione ed estrazione.

L’inserzione rappresenta una fase particolarmente critica, poiché consente il trasferimento degli operatori da una base amica fino a un punto di rilascio in territorio — o su uno specchio d’acqua — controllato da forze ostili. “Può avvenire tramite aeromobili ad ala fissa o elicotteri”, spiega, “da cui effettuare un lancio notturno con il paracadute, oppure in mare aperto, utilizzando imbarcazioni veloci e successivamente mezzi speciali e la progressione a nuoto fino alla costa”.

Una volta raggiunto il punto di rilascio, a terra o in acqua, ha inizio la fase di infiltrazione verso l’area da cui osservare l’obiettivo. “Muovere di notte, a volte per decine di chilometri”, racconta, “richiede un addestramento meticoloso, soprattutto per quanto riguarda la disciplina dei rumori”. È essenziale applicare tutte le tecniche necessarie a ridurre al minimo ogni traccia che potrebbe esporre gli operatori al rischio di intercettazione da parte di pattuglie ostili, anche con l’eventuale impiego di cani da ricerca.

La raccolta informativa avviene prevalentemente da una posizione statica chiamata posto di osservazione (Observation Post – OP). “L’allestimento dell’OP varia in base alla durata dell’osservazione, al livello della minaccia e alla distanza dall’obiettivo”, spiega. In alcuni casi è necessario realizzare posti di osservazione sotterranei, che richiedono più notti di lavoro; in altri è sufficiente l’uso di teli mimetici e uniformi specifiche, come le ghillie suit.

All’interno dell’OP vengono impiegati strumenti tecnologicamente avanzati per la cattura di immagini diurne e notturne, trasmesse in tempo quasi reale alla sala operativa, da dove l’operazione viene seguita istante per istante all’interno di una base amica. Terminato il periodo di osservazione, che può durare da poche ore a diversi giorni, inizia la fase di esfiltrazione, effettuata a piedi fino a un punto di recupero. “Da lì”, racconta, “avviene l’estrazione tramite forze amiche, con veicoli terrestri, natanti o elicotteri, per il rientro in base”.

La qualifica di Acquisitore Obiettivi si ottiene attraverso un lungo e impegnativo percorso di selezione e formazione. “Il primo requisito è essere già militari dell’Esercito”, spiega. Periodicamente vengono banditi concorsi interni che prevedono due settimane di selezione e tirocinio presso il Centro Addestramento per le Operazioni Speciali (CE.ADD.O.S.) di Pisa. Chi supera questa fase accede al corso per Operatore Basico per Operazioni Speciali (O.B.O.S.), della durata di dieci settimane, comune ai tre reparti delle Forze Speciali dell’Esercito: 185° RRAO, 4° Ranger e 9° Col Moschin. Al termine dell’OBOS inizia il corso di specializzazione per acquisitori obiettivi, della durata di cinquanta settimane, presso la caserma “Pisacane” di Livorno, sede del RRAO. “In totale”, sintetizza, “serve circa un anno e mezzo”.

Alla domanda sui requisiti necessari per far parte del reparto, l’operatore risponde senza esitazioni: “Ci vuole testa”. Racconta di aver visto crollare, durante il corso, candidati dotati di una forma fisica impeccabile. “Gente fortissima ha mollato quando meno me lo aspettavo”, afferma. Alle selezioni è necessario dimostrare buone capacità atletiche, ma questo non basta. “Se il primo giorno avessi dovuto scommettere”, confessa, “non avrei mai pensato di arrivare al traguardo finale lasciandomi alle spalle decine di esclusi”.

Fondamentale è la capacità di sopportare condizioni di forte disagio psico-fisico: marce notturne di decine di chilometri con zaini molto pesanti, pioggia, alimentazione ridotta a ciò che si può trasportare per giorni, riposo minimo su uno stuoino nella macchia mediterranea. “La sopportazione del disagio”, afferma, “premia più del fisico da atleta. Una persona mediamente allenata, con una grande forza di volontà, può farcela”.

Il Distaccamento Operativo (DO) è un team composto da pochi elementi e, per ragioni di riservatezza, l’operatore si limita a descriverne i ruoli principali. Al vertice c’è il comandante del DO, responsabile della pianificazione e della condotta dell’operazione, affiancato dal vicecomandante. “Fondamentale è l’operatore alle comunicazioni”, spiega, “che si occupa dell’invio dei dati”. È sempre presente almeno un operatore medico, in possesso di qualifiche NATO per il soccorso e la stabilizzazione dei feriti. Non mancano poi specialisti in fotografia, nell’uso di equipaggiamenti opto-elettronici come camere termiche e telemetri laser, controllori del fuoco (Joint Terminal Attack Controller – JTAC) e tiratori scelti, noti come sniper.

Per quanto riguarda equipaggiamenti e sistemi d’arma, l’operatore chiarisce che l’inventario è molto vasto e, per alcune capacità, non divulgabile. “Seguiamo con attenzione ogni novità sul mercato”, afferma, “in particolare visori notturni, camere termiche, fotocamere, droni e designatori laser per la guida del munizionamento di precisione”. Le cosiddette bombe intelligenti, spiega, permettono di ridurre al minimo i danni collaterali. “Disponiamo di un ampio assortimento di armi da fuoco”, aggiunge, “adatto ai diversi ambienti operativi, e non possiamo fare a meno dei più sofisticati sistemi ottici per i fucili di precisione”. Come avviene in molti reparti speciali, spesso vengono testati prototipi di armi coperti da segreto industriale, per valutarne le prestazioni e suggerire migliorie.

Tra i ricordi più significativi, l’operatore racconta un episodio risalente al tirocinio di selezione. Dopo giorni di prove estenuanti, marce forzate, poco sonno e un guado invernale, gli istruttori mostrarono ai candidati un gommone di circa 4,5 metri. “Le uniche dotazioni erano il giubbotto salvagente e la pagaia. Niente motore”, ricorda. Era la prima volta che molti di loro salivano su un’imbarcazione simile. Dopo una breve spiegazione sulla navigazione a remi, al tramonto si trovarono in acqua, sei uomini per gommone, seguendo gli istruttori che procedevano a motore. Senza orologio, dopo ore di voga avevano perso la cognizione del tempo.

La navigazione continuò di notte, senza una meta apparente. “L’unico riferimento”, racconta, “era l’istruttore, riconoscibile dalla torcia frontale, che ci ordinava di invertire la rotta”. Quando le luci della darsena sembrarono annunciare la fine, la prova continuò fino al mare e di nuovo indietro. La brina ricopriva le maniche della giacca e le pagaie, ad eccezione della pala immersa nell’acqua e dei punti di presa delle mani. “Più volte ho dovuto svegliare il collega accanto a me, che rischiava di finire in acqua”, ricorda. A un certo punto vide l’istruttore indicargli di tornare in base. “Ma era un’allucinazione”, ammette. Alle prime luci dell’alba rientrarono finalmente. “Era il solstizio d’inverno, il 21 dicembre, la notte più lunga dell’anno”. Quell’esperienza gli fece scoprire una forza di volontà che non immaginava di possedere. “Scoprire i propri limiti”, afferma, “è un privilegio riservato a pochi”.

Sulla scelta di una professione tutt’altro che comoda, l’operatore concorda che esistono lavori più confortevoli, ma precisa che la sicurezza, grazie all’addestramento, può essere gestita e ridotta al minimo. “Un lancio notturno da 4.000 metri non si improvvisa”, sottolinea. Entrò nell’Esercito per curiosità e spirito d’avventura, in un’epoca in cui le informazioni erano limitate. “L’Esercito”, afferma, “offre grandi prospettive di formazione professionale e ti fa sentire parte di una squadra al servizio del Paese”. Il RRAO, in particolare, continua a offrirgli opportunità di crescita in diversi ambiti, in un ambiente stimolante dove passione e lavoro si fondono.

Riflettendo sulle parole dello spot della Difesa del 2018, l’operatore non ha dubbi: “Indossando l’uniforme mi metto a disposizione, con orgoglio e fierezza, della nazione”. Un sentimento che si rafforza con gli anni e che trova il suo senso più profondo nel rientro a casa. “Quando riabbraccio la mia famiglia”, conclude, “so di avere contribuito a rendere il futuro migliore, per i miei figli e per tutta la comunità italiana”.
Di Francesco Militello Mirto – EmmeReports