Palermo racconta la violenza di genere oltre gli stereotipi: dalle piazze alla stanza dell’ascolto, una città dal volto giovane resiste e rifiuta il silenzio.
A Palermo, tra il 2020 e il 2023, la violenza di genere è stata raccontata, denunciata e vissuta nelle piazze, nei centri antiviolenza e nelle istituzioni, ma anche nei luoghi più nascosti e protetti come la stanza dell’ascolto, dove le vittime trovano uno spazio sicuro per parlare. Dalla pandemia ai cortei per l’aborto libero e sicuro, fino alle manifestazioni seguite allo stupro di gruppo del luglio 2023, la città è diventata teatro di mobilitazioni continue. Attiviste, studentesse, operatrici sociali e donne in divisa hanno riportato al centro del dibattito pubblico il tema della violenza di genere, restituendo l’immagine di una città attraversata da profonde contraddizioni, ma anche da una resistenza costante.
Nessuno tocchi Rosalia
Come narra la leggenda popolare, Rosalia, fu vittima di pressioni insistenti all’interno della sua famiglia per un matrimonio non voluto cui riuscì a sfuggire con l’eremitaggio. Oggi, molte donne, come delle moderne Rosalie, subiscono violenze fisiche, psicologiche, sessuali, economiche e di stalking, per mano dei loro aguzzini, mariti, ex-mariti, padri, fratelli, fidanzati, amanti e sfruttatori.

Per ricordare le vittime di femminicidio e quelle che riescono a uscire dall’incubo della violenza, a Palermo, in piazza Politeama, si svolge un flashmob in cui i partecipanti, perlopiù donne, depongono fiori a terra, dove sono posizionate tre sagome femminili.


In piazza, in occasione dell’ottava edizione di “Nessuno tocchi Rosalia”, per ricordare le vittime di femminicidio e sostenere chi riesce a uscire da un percorso di violenza, Mariagrazia Patronaggio, presidente dell’Associazione Le Onde Onlus, racconta il lavoro del centro antiviolenza durante il lockdown: “Nel periodo dell’emergenza sanitaria sono arrivate molte richieste di aiuto da parte di donne, che abbiamo accolto e, allo stesso tempo, continuato a sostenere anche a distanza”.


Mariagrazia spiega che chi si rivolge al centro, quando è consapevole di trovarsi in una relazione violenta, pone una domanda precisa, ovvero di volersi separare e di capire come fare. Sottolinea che la competenza dell’operatrice dell’accoglienza consiste nel cogliere, dai segnali, dai racconti e dalla ricostruzione della storia della donna, quale sia la situazione, valutarne il rischio e accompagnarla in un percorso adeguato. Aggiunge infine che le opportunità offerte sono numerose, tra cui consulenze giuridiche gratuite, sia in ambito penale sia civile.




Mariagrazia spiega che vengono offerte anche sedute di psicoterapia, sia individuali sia di gruppo, oltre a opportunità di inserimento lavorativo attraverso strumenti come bilanci di competenze, orientamento e accompagnamento al mercato del lavoro. Sottolinea inoltre che sono le donne, insieme all’operatrice dell’accoglienza, a scegliere il percorso di aiuto più adatto, poiché ogni situazione richiede un intervento specifico.


Mariagrazia aggiunge che la Convenzione di Istanbul ha fornito un quadro giuridico chiaro e preciso a cui si ispira anche la rete antiviolenza di Palermo. Evidenzia però come una delle principali criticità sia la precarietà dei servizi, che non vengono finanziati in modo continuativo e stabile.


Le risorse utilizzate possono essere di livello locale, regionale o nazionale, e in alcuni casi derivano anche da finanziamenti europei diretti. Sottolinea infine la necessità di garantire risorse economiche adeguate, poiché la gestione di un centro antiviolenza o di una casa rifugio è complessa e richiede liquidità costante, mentre i tempi burocratici spesso non favoriscono questo processo.
Il diritto di abortire
In occasione delle Giornate internazionali per l’aborto sicuro, gratuito e garantito, a Palermo si svolgono diverse iniziative promosse da Non Una di Meno e da altre realtà femministe e studentesche, che riportano al centro il diritto all’autodeterminazione e alla salute riproduttiva.

Le attiviste ricordano come la legge 194, a quasi quarant’anni dall’approvazione, resti spesso disattesa soprattutto a causa dell’altissimo tasso di obiezione di coscienza: circa il 70% a livello nazionale e fino all’87% in Sicilia, con punte ancora più elevate in alcune città. Una condizione che, secondo il movimento, rischia di compromettere concretamente l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza.



Denunciate anche la mancanza di servizi uniformi sul territorio, le difficoltà di accesso alla contraccezione e il progressivo indebolimento dei consultori pubblici. Le attiviste sottolineano inoltre come la pandemia abbia aggravato le disuguaglianze di genere, aumentando il carico di lavoro di cura e la precarietà femminile, rendendo ancora più evidente, sostengono, la natura strutturale di queste disuguaglianze.



Nel quadro delle mobilitazioni, Roberta Ferruggia collega la situazione italiana alle restrizioni internazionali, in particolare in Polonia, affermando: “Siamo dalla parte delle donne polacche che stanno lottando contro un governo repressivo, che continua a calpestare i diritti, a partire da quello all’aborto e alla salute riproduttiva”. Il movimento ribadisce anche che la violenza di genere non si esaurisce nella dimensione fisica, ma è un fenomeno culturale e sociale radicato.



Sul fronte dei servizi, viene richiamata l’attenzione sulle criticità dell’aborto farmacologico con RU486, ancora ostacolato da applicazioni disomogenee delle linee guida e da vincoli organizzativi che ne limitano l’effettiva accessibilità.









La mobilitazione coinvolge anche il mondo universitario e le piazze cittadine. Nel corteo di Non Una di Meno interviene il coordinatore del Pride Palermo, Luigi Carollo, che sottolinea come la giornata non debba essere letta come una semplice ricorrenza simbolica ma come un momento di conflitto politico: “Quella che viene ancora raccontata come una festa per le donne diventa, grazie alle rivendicazioni dei movimenti, una giornata di lotta. E questa lotta riguarda tutti, non solo le donne”.









Carollo aggiunge che il tema non può essere delegato: “Non è una battaglia di solidarietà dall’esterno, ma una presa di responsabilità. Se esiste un problema di genere, significa che esiste anche una responsabilità maschile nel riprodurlo e nel non metterlo in discussione”. E conclude con un richiamo più netto: “Serve riconoscere che siamo parte del problema, altrimenti non possiamo essere parte della soluzione”.






























Le iniziative del 28 settembre si inseriscono così in un quadro internazionale di mobilitazioni per il diritto a un aborto libero, sicuro e garantito, che, secondo le attiviste, resta formalmente riconosciuto ma ancora profondamente diseguale nell’accesso.
Le donne di Palermo si prendono la strada
Il movimento Non Una di Meno organizza un corteo nel centro di Palermo, nella zona della movida, per rivendicare il diritto delle donne all’appropriazione degli spazi pubblici e denunciare i rischi e le violenze a cui sono esposte.

Le mobilitazioni si inseriscono nel clima di protesta seguito allo stupro di gruppo avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 luglio 2023 al Foro Italico di Palermo. In quell’occasione una ragazza di 19 anni viene violentata da sette giovani tra i 18 e i 22 anni, che avrebbero anche filmato l’aggressione.



A seguito del caso, in città si susseguono diverse iniziative e manifestazioni. Non Una di Meno dà vita a un primo momento di piazza in cui, sui social, si legge: “Una marea rumorosa e impetuosa sta agitando le strade della città”. E ancora: “Una nuova e immediata risposta allo stato attuale in cui vediamo il patriarcato insinuarsi velocemente e in maniera sempre più pervasiva in ogni sfera delle nostre esistenze”.



Durante queste iniziative le manifestanti sventolano mazzi di chiavi, utilizzati come simbolo di presenza e autodifesa, legato soprattutto al rientro notturno nelle proprie abitazioni. Nel dibattito pubblico che si apre dopo lo stupro intervengono anche le istituzioni. Il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica propone infatti una serie di misure per la gestione della movida, tra cui il potenziamento dei controlli nelle aree più frequentate, il contrasto alla vendita abusiva di alcolici e l’aumento della videosorveglianza, anche attraverso sistemi tecnologici avanzati.
















In questo contesto, nel fine settimana successivo, le donne di Non Una di Meno Palermo, insieme a delegazioni da Messina e Catania, tornano in piazza. Il corteo parte da piazza Bellini e arriva a Palazzo Orleans, sede della Presidenza della Regione Siciliana.



“Vogliamo una città a misura dei nostri bisogni e desideri, vogliamo sentirci libere di vivere le nostre vite come meglio crediamo”, afferma il movimento. “Non si tratta di un caso isolato, ma di un sistema patriarcale che ci opprime ogni giorno e ovunque”.



Le attiviste criticano anche la narrazione mediatica della violenza di genere, accusando parte della stampa di spettacolarizzare il dolore e di costruire racconti che rischiano di colpevolizzare le vittime. “Gli uomini violenti vengono etichettati come mostri o come branco, come se fossero eccezioni e non parte di un sistema”, spiegano. E aggiungono: “Quando si parla delle vittime si analizzano abiti, comportamenti e vita privata”.



Nel dibattito pubblico intervengono anche altre voci. “Mi sento indignato e ho provato quasi vergogna nel sentirmi palermitano”, dichiara il deputato regionale Ismaele La Vardera, promotore di un successivo corteo. “Gli uomini che non ci stanno devono metterci la faccia”. Dopo la manifestazione aggiunge: “Mi sarei aspettato una presenza più forte di giovani e di uomini. In momenti come questi l’indignazione sui social non basta”.



L’assessore comunale Rosi Pennino invita a ridurre la spettacolarizzazione dei casi di violenza e a rafforzare il ruolo educativo delle istituzioni: “Dobbiamo riscoprire l’autorevolezza del sistema educativo e della società nel dire anche dei no”.















Per Angela Fundarò Mattarella, fondatrice del Pool anti-violenza di Palermo, il problema riguarda l’intera società: “La violenza contro le donne è un problema che riguarda soprattutto gli uomini”. Alessandra Pipitone, direttrice della Women Orchestra, sottolinea invece il clima di paura diffusa: “Noi donne abbiamo paura a camminare per strada e vorremmo poter vivere senza questa paura addosso”.
Le donne di Benin City
Una lunga fila di macchine con il motore accesso è ferma lungo una delle carreggiate del Foro Italico, dove alcune giovani donne africane, sotto gli occhi attenti dei loro aguzzini, contrattano con i loro clienti. Tra questi anche chi, per soddisfare le proprie pulsioni, ha lasciato a casa la moglie incinta.

Il business dello sfruttamento sessuale in Italia e in Europa frutta miliardi di euro, a causa dell’altissima richiesta di giovani donne africane da inserire nel mercato della prostituzione. Le donne provengono quasi tutte da Benin City nel sud della Nigeria, dove ha avuto origine la Black Axe, (Ascia Nera), l’organizzazione criminale che controlla la tratta delle schiave sessuali destinate all’Italia.


In ricordo delle vittime, nel 2006 è stata istituita la Giornata Europea contro la tratta degli esseri umani. “Questa giornata ci ricorda che la tratta di esseri umani è un fenomeno che non risparmia neanche i Paesi più attenti alla vita democratica e al rispetto dei diritti umani”, afferma la Ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella.

“Anche in Europa, purtroppo, sono numerose le persone che vivono in una condizione di invisibilità, una vita di oppressione e sfruttamento. Si tratta di una piaga che non risparmia i soggetti più esposti o più deboli, le donne, i bambini, e che va affrontata mantenendo una visione globale e attivando ogni possibile forma di collaborazione con i Paesi di provenienza delle vittime”, continua la Ministra.

“Un numero crescente di persone nel mondo vede infatti aumentare la propria vulnerabilità a causa di crisi geopolitiche, conflitti, cambiamenti climatici e povertà, diventando facile preda delle organizzazioni criminali”, aggiunge la Ministra.

Il 18 ottobre a Palermo, alcune donne di Benin City organizzano una fiaccolata a sostegno delle vittime di tratta. “Questo corteo è molto importante per noi donne nigeriane vittime di tratta, ma anche per ricordare le nostre sorelle e i nostri fratelli che sono morti in Italia e in Europa”, dichiara Osas Egbon, fondatrice dell’Associazione promozione sociale donne di Benin City di Palermo.

“Sappiamo che la vita della strada è stata per loro non soltanto durissima, ma fatale. Noi vorremmo rivolgerci ai cittadini di Palermo, anche se qui non ne vedo molti, che sono complici dei trafficanti, perché con la scelta di cercare le donne, non fanno altro che alimentare la tratta“, con queste parole, Fausta Ferruzza, insegnante e rappresentante del Forum Antirazzista di Palermo, si rivolge alle donne presenti al corteo.

“Un fatto culturale molto molto grave sul quale dobbiamo intervenire sui bambini sin da quando sono piccoli, per non essere costretti a piangere nuove morti, per non essere costretti a commemorare”, continua Fausta.




“La tratta di esseri umani incide notevolmente sulla sicurezza e sulla dignità di una persona e trova spesso terreno fertile nei conflitti armati o in altri contesti non sicuri. La fragilità statale, lo sfollamento forzato, la migrazione irregolare, la povertà e la discriminazione, nonché l’assenza dello stato di diritto sono alcuni dei fattori che favoriscono la tratta di esseri umani, la quale, a sua volta, è anche una fonte di finanziamento per conflitti armati o estremismo violento e può, quindi, contribuire a rafforzare ulteriormente le guerre. E qui a Palermo è bene ricordare che la tratta non è solo, oramai al Parco della Favorita e nemmeno in centro. Dobbiamo educare i giovani in questo contesto. La sensibilità vale tanto. Oggi è una giornata di ricordo e che ogni giorno lo sia”, dichiara Dasililla Oliveira Pecorella, della Consulta delle Culture di Palermo.
La stanza dell’ascolto
Nel contesto della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, a Palermo, il Tenente Giada Conti, comandante del Nucleo Operativo Carabinieri della Compagnia Piazza Verdi e coordinatrice della rete antiviolenza del Comando Provinciale, ha illustrato il funzionamento e il significato della stanza dell’ascolto, uno spazio dedicato alle vittime vulnerabili attivo durante tutto l’anno. L’iniziativa, sviluppata dall’Arma dei Carabinieri in collaborazione con Soroptimist International d’Italia, si inserisce in un più ampio percorso di contrasto alla violenza di genere e di promozione culturale, che coinvolge anche famiglia e scuola come luoghi fondamentali per costruire una società più consapevole e civile.

“É una stanza per le audizioni protette, dove vengono accolte ragazze, bambini e, più in generale, vittime vulnerabili che si presentano in caserma per rappresentare di aver vissuto un contesto di violenza”, spiega il Tenente Conti.

“L’ambiente ha un arredo molto informale, perché l’obiettivo è quello di far sentire la vittima a proprio agio, tranquillizzarla e non farle vivere quella che viene definita vittimizzazione secondaria, cioè il trauma legato al dover ripetere esperienze drammatiche in un contesto troppo formale e militare, come potrebbe essere un ufficio”, continua l’ufficiale dei Carabinieri.

“La stanza è dotata di strumentazioni che permettono di videoregistrare le escussioni, così da cogliere le espressioni e il linguaggio non verbale della parte offesa, considerando che chi vive un trauma spesso comunica più facilmente attraverso gesti ed espressioni piuttosto che con le parole”, spiega il Tenente. “Questo sistema consente di comprendere tali segnali senza costringere la vittima a esplicitare verbalmente ogni dettaglio. La stanza si trova inoltre in una posizione defilata della caserma, è molto riservata e dotata di porta con vetri oscurati, per garantire a donne e minori la privacy necessaria a parlare liberamente. Molte persone vi si recano anche solo per chiedere un consiglio; nelle situazioni più drammatiche viene consigliato, con convinzione e competenza, di procedere con la denuncia, ma si tratta sempre di una scelta che può fare solo la vittima”.

Il Tenente afferma inoltre che, nei casi in cui i reati siano procedibili d’ufficio, esiste comunque un obbligo di intervento, soprattutto nelle situazioni più gravi, mentre in altri casi la valutazione è rimessa alla vittima, alla quale spetta decidere se sporgere o meno querela e, qualora non intenda farlo, non si procede oltre; conferma quindi che, in presenza di un reato, le videoregistrazioni possono essere utilizzate come prova e sottolinea come questo servizio non rappresenti una particolarità locale, ma rientri in un progetto più ampio promosso dall’Arma dei Carabinieri insieme a Soroptimist International d’Italia, volto a creare spazi analoghi in tutto il Paese. Precisa che a Palermo e provincia ne sono presenti quattro, situati al Comando Provinciale, a Monreale, alla Stazione Palermo Oreto e a Cefalù, mentre sul territorio nazionale risultano già numerosi e in continua crescita, evidenziando infine come tali stanze siano utilizzate molto frequentemente, anche decine di volte nel corso dell’anno, pur restando ancora poco conosciute da molte donne, che spesso ne scoprono l’esistenza solo recandosi in caserma con l’intenzione di denunciare direttamente.

“A livello nazionale, esiste una rete di monitoraggio che fornisce procedure di intervento ai militari sul territorio, mentre a Palermo è attiva anche una rete antiviolenza provinciale composta da personale specificamente formato per trattare le vittime di violenza di genere, principale utilizzatore di queste stanze”, aggiunge il Tenente Giada Conti. “Il personale, composto soprattutto da donne, segue un percorso di formazione interno quanto più possibile multidisciplinare, avvalendosi del contributo di psicologi e magistrati, oltre a percorsi formativi esterni. Pur non essendo necessariamente in possesso di una laurea in psicologia, gli operatori partecipano a incontri che forniscono le nozioni necessarie per condurre le escussioni in modo adeguato”.

Il Tenente spiega che, quando si parla di reati di genere, si fa riferimento a uno spettro molto ampio di condotte, che va dagli atti persecutori e dai maltrattamenti in famiglia fino alle lesioni e alle minacce, e che ogni caso presenta specificità tali da rendere difficile una generalizzazione. Ribadisce che la priorità assoluta è la tutela della vittima e che, anche quando si tratta di reati procedibili a querela e la persona non intende procedere, in presenza di situazioni di pericolo vengono comunque svolti accertamenti discreti e non invasivi per garantire la sicurezza, come il passaggio di una pattuglia nella zona per verificare che tutto sia tranquillo.

“Non esiste un profilo tipico di vittima, poiché le vittime appartengono a tutte le età e a tutte le estrazioni sociali”, spiega l’ufficiale dell’Arma. “È possibile individuare piuttosto un profilo dell’aggressore in termini di approccio psicologico: spesso si tratta di persone che non percepiscono il partner come eguale, ma in una condizione di sudditanza, cercando di imporre il proprio stile di vita e i propri atteggiamenti e reagendo con violenza quando tali imposizioni non vengono accettate. Per questo motivo è fondamentale fare prevenzione, educando le nuove generazioni a una cultura dell’uguaglianza interpersonale reale, fondata sull’idea che tutti abbiano gli stessi diritti e doveri e che non esistano persone di serie A o di serie B. Anche le crisi familiari devono essere affrontate attraverso il dialogo, in condizioni di parità e scambio. Questo messaggio viene portato anche nelle scuole attraverso convegni, dove l’approccio degli studenti è generalmente positivo e lascia sperare nell’efficacia di queste iniziative, pur nella consapevolezza che il lavoro da fare resta ampio, anche a causa della persistenza di stereotipi culturali radicati nel linguaggio comune”.

Il Tenente spiega inoltre che, all’interno della stanza, sono presenti giochi per i bambini e che la gestione dei minori varia in base all’età: se il bambino è molto piccolo e necessita della madre, si evita la separazione e lo si tiene impegnato con attività ludiche; se è più grande, non viene mai ascoltato senza la presenza di uno psicologo e si adottano ulteriori accorgimenti, affidandolo temporaneamente a persone di fiducia, come familiari, affinché la madre possa parlare liberamente e il minore resti in sicurezza lontano da contesti maltrattanti.

“Sono numerose le storie che colpiscono dal punto di vista umano, soprattutto recenti, e che uno degli aspetti più inquietanti è il comportamento di alcune famiglie delle vittime, che talvolta tendono a solidarizzare con il maltrattante per un preconcetto secondo cui la rottura dell’unità familiare sarebbe un male maggiore rispetto alla violenza stessa”, aggiunge il Tenente. “Questo atteggiamento rappresenta una forma di ulteriore violenza e un’aberrazione culturale che deve essere combattuta. Il percorso verso una piena civiltà e maturazione è ancora lungo, anche perché spesso le vittime non si rendono conto immediatamente della propria condizione e arrivano a chiedere aiuto solo quando la situazione è già gravemente compromessa. Conclude sottolineando che è necessario intervenire soprattutto in famiglia e a scuola, insegnando che l’uguaglianza non è solo un principio sancito dalla Costituzione, ma un valore concreto da applicare nella vita quotidiana, affinché nessuno si senta autorizzato a imporre con la forza la propria volontà sugli altri”.

La stanza dell’ascolto è sempre accessibile, pur non essendoci personale dedicato presente 24 ore su 24, è garantita la copertura tramite militari del pronto intervento e personale reperibile della rete antiviolenza, pronto a intervenire anche fuori servizio. La stanza non è utilizzata esclusivamente per le vittime di violenza di genere, ma per tutte le persone vulnerabili che vivono un momento di particolare disagio, anche se donne e minori rappresentano la maggior parte dei casi trattati.

Tra il 2020 e il 2023 Palermo ha mostrato molto più dei suoi stereotipi. Non solo rifiuti, mafia e panini con le panelle, ma una città attraversata da voci, corpi e resistenze. Nelle piazze come nella stanza dell’ascolto, prende forma un’altra città, quella che non resta in silenzio.
Di Francesco Militello Mirto e Victoria Herranz – EmmeReports